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commento a sentenza del 5-6-09

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Nota a sentenza 5/6/2009 del Tribunale di Firenze, Sez. Lav. nell’ambito di una controversia, instaurata con la procedura dell’art. 700 cpc, da una lavoratrice avverso Trenitalia Spa, volta ad invocare la sospensione della efficacia del provvedimento, con cui, all’atto della sua immissione in servizio, era assegnata ad un impianto di lavoro, diverso da quello da ultimo occupato.

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All’esito di un giudizio, intrapreso dinanzi al Tribunale di Firenze, Giudice del Lavoro, confermato nei successivi gradi di impugnazione, era riconosciuta la illecita intermediazione di mano d’opera, nonché la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra una lavoratrice e le Ferrovie dello Stato (in seguito denominate Trenitalia Spa), con diritto della stessa ad essere immessa nei ruoli della società nella sede di origine assegnata (Firenze) e nella qualifica riconosciuta.

All’atto della esecuzione della sopracitata sentenza, Trenitalia Spa, prospettando la impossibilità della collocazione presso la sede di appartenenza, assegnava la dipendente ad altro impianto di lavoro, dove la dipendente era invitata a prendere servizio.

Radicato dalla lavoratrice, rappresentata e difesa dall’Avv. Emanuela Manini, procedimento cautelare, ex art. 700 cpc, dinanzi al Tribunale di Firenze, il Giudice adito, a scioglimento della sua riserva, ordinava a Trenitalia Spa la immediata sospensione del provvedimento di assegnazione della ricorrente a sede di lavoro diversa da quella assegnata con sentenza di accertamento della illecita interposizione di manodopera (Firenze), ordinando alla società la sua adibizione alla predetta sede.

In particolare, ha osservato il Tribunale che risultava evidente la inottemperanza della società alle pronunce giudiziali di riconoscimento del rapporto di lavoro, proprio della lavoratrice, con Trenitalia Spa, a nulla rilevando la prospettata impossibilità di utilizzare presso la sede originaria la prestazione lavorativa della ricorrente, trattandosi di un aspetto da valutare, ai sensi dell’art. 2103 cc., in relazione al successivo corretto esercizio del potere di individuazione della sede di lavoro e della eventuale adozione di un trasferimento, nei limiti della disciplina contrattualistica di settore.

Inoltre, il Tribunale di Firenze, ha rilevato la sussistenza, nella fattispecie in esame, del periculum in mora, trattandosi di una lavoratrice, madre di un bambino in tenerissima età, la cui assegnazione ad una sede di lavoro molto lontana dal nucleo familiare avrebbe provocato pregiudizi irreparabili alla propria situazione familiare.

La ricorrente ha, dunque, potuto fare ritorno presso la propria sede di lavoro, in attesa del pronunciamento della fase di merito.                                                       Avv. Emanuela Manini

nota a sent. n. 360/09 della Corte di Appello di Firenze

EM/mg nota a sentenza c.a. fi n. 360-09
NOTA A SENTENZA DELLA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE, N. 360/2009, LA QUALE HA RIGETTATO LA IMPUGNAZIONE PROPOSTA DALLA FONDAZIONE ENASARCO AVVERSO LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI FIRENZE, DI RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO DI UN AGENTE DI COMMERCIO AL RISARCIMENTO DEL DANNO DA ERRONEE INFORMAZIONI FORNITE DALL’ENASARCO, IN MERITO ALLA MATURAZIONE DEI REQUISITI PER LA PENSIONE DI VECCHIAIA.
Con ricorso al Tribunale di Firenze, Sez. Lav., una agente di commercio, rappresentata e difesa dall’Avv. GianLuca Braschi, conveniva in giudizio l’Enasarco al fine di invocare il risarcimento del danno subito, a seguito di erronea comunicazione, fornitale dall’ente previdenziale, per il tramite del proprio sistema informatico, in ordine alla propria posizione contributiva, a seguito della quale la assicurata era indotta a procrastinare la presentazione della domanda di pensione di vecchiaia, sul presupposto, poi rivelatosi erroneo, della carenza dei requisiti.
Con sentenza n. 248/2007 il Tribunale di Firenze, sez. lav., riconosceva la fondatezza della domanda risarcitoria della agente di commercio, liquidando in suo favore la somma di euro 11.656,14, a titolo di risarcimento del danno, quantificato sulla base dell’importo dei ratei di pensione che la stessa avrebbe percepito se fosse stata correttamente informata dall’Enasarco, in ordine alla maturazione del diritto a pensione.
Avverso la predetta sentenza interponeva appello l’Enasarco, invocandone la riforma, nonché il rigetto della domanda risarcitoria, frattanto avanzata.
La Corte d’appello di Firenze, con sentenza 360/2009, ha rigettato l’appello, presentato dall’ente previdenziale, dando ancora una volta ragione all’agente di commercio, con ampia ed articolata motivazione.
In sintesi, riconosceva la Corte d’Appello che, pure non trovando applicazione nei confronti dell’Enasarco l’art. 54 L. 88/1989, che pone a carico di Inps ed Inail l’obbligo di comunicare agli assicurati l’entità dei contributi versati, non pare dubitabile che il rilascio di erronee informazioni da parte del sistema informatico dell’Enasarco, da imputarsi a carenza del sistema, quale causa del danno subito dalla assicurata, indotta a non presentare domanda di pensione per prospettata carenza di contributi, integri gli estremi della responsabilità contrattuale dell’Enasarco nei confronti dell’agente cui, pertanto, spetta l’invocato risarcimento del danno.
Avv. GianLuca Braschi

commento sentenza 13/09/09 del 6/02/2009 Commissione Tributaria Regionale Firenze

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EM/mg commento sentenza n. 13.09.09 del 6-2-2009 commissione tributaria regionale di fi

Nota a commento della sentenza 13/09/09, del 6/2/2009 emessa dalla Commissione Tributaria Regionale di Firenze, di rigetto dell’appello promosso dalla Agenzia delle Entrate, Ufficio di Empoli, avverso la sentenza n. 42/2006, pronunciata dalla C.T.P. di Firenze (causa vinta).

La vicenda prende avvio a seguito della emissione di avviso di accertamento, emesso dalla Agenzia delle Entrate, Ufficio di Empoli, nei confronti di una società in nome collettivo, contenente accertamento di maggiori ricavi ai fini Irpef, Iva, Irap, emessi sulla base di verbale di constatazione della Guardia di Finanza, al termine di una verifica, avviata nei confronti della predetta società, effettuata a seguito di una segnalazione, pervenuta dall’ufficio ispettivo dell’Inps, nell’ambito del quale era evidenziato l’utilizzo di personale, non assicurato, secondo le dichiarazioni rese dal lavoratore nel corso della indagine ispettiva.

A fronte di tali accertamenti la società adiva il Tribunale di Firenze, sez. Lavoro, invocando la illegittimità del verbale ispettivo Inps, rilevando come la efficacia probatoria dei verbali di accertamento degli ispettori Inps sia limitata a quanto il pubblico ufficiale attesti essere avvenuto in sua presenza, e non riguarda la intrinseca veridicità delle dichiarazioni raccolte dal pubblico ufficiale, le quali devono essere confermate in giudizio dalle persone che le hanno rese.

All’esito della fase istruttoria, il Tribunale di Firenze, sez. Lav., annullava il verbale ispettivo dell’Inps, essendo risultata provata la insussistenza di un rapporto di lavoro non assicurato tra il lavoratore e la società.

Nelle more del giudizio, pendente dinanzi al Tribunale di Firenze, la società radicava ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Firenze invocando l’annullamento dell’avviso di accertamento emesso dalla Agenzia delle Entrate, volto alla rideterminazione del reddito della società sulla base di presunti maggiori ricavi riconducibili al lavoro irregolare del dipendente, secondo le dichiarazioni rese da quest’ultimo.

Poiché nel corso del giudizio tributario il Tribunale di Firenze accertava la insussistenza di tale rapporto di lavoro, la C.T.P. rilevava come fosse venuto meno l’unico elemento sul quale era radicata la presunzione di conseguimento di maggiori ricavi da parte della società, a base della motivazione degli accertamenti fiscali, accogliendo, per l’effetto, il ricorso presentato dalla società.

A fronte della sentenza di primo grado, la Agenzia delle Entrate Ufficio di Empoli, radicava atto di appello dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale di Firenze, argomentando nel senso che le dichiarazioni rese dal lavoratore nel corso della ispezione Inps fossero sufficienti a supportare l’accertamento fiscale, a nulla rilevando la sentenza del giudice del lavoro sulla insussistenza di rapporto di lavoro subordinato tra il predetto lavoratore e la società.

La C.T.R. ha dato ancora una volta ragione alla società, respingendo l’appello nonché confermando il principio secondo cui, per il caso di accertamento tributario, effettuato sulla base di un atto, emesso da un organo extratributario (quale l’Inps), in difetto di ulteriori indagini ed ispezioni da parte dell’ufficio tributario, venuto meno l’unico atto, a base dell’accertamento tributario, anche l’accertamento fiscale rimane irrimediabilmente travolto.

Di qui la conferma della statuizione, assunta in primo grado, di annullamento del verbale di accertamento, oggetto di impugnazione.

Avv. Emanuela Manini