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Contratto di lavoro subordinato a termine e collegato lavoro, sentenza della Corte Costituzionale n. 303/2011

DISCIPLINA DETTATA DALL’ART. 32, COMMI 5, 6, 7, L. N. 183/2010 (COLLEGATO LAVORO) IN MATERIA DI CONTRATTO DI LAVORO SUBORDINATO A TERMINE. DECLARATORIA DI NON FONDATEZZA DELLE QUESTIONI DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE SOLLEVATA NEI CONFRONTI DEL PREDETTO ARTICOLO, PRONUNCIATA DALLA CORTE COSTITUZIONALE, CON SENTENZA N. 303/2011 DEL 9/11/2011.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 303/2011, pronunciata in data 9/11/2011, ha dichiarato la non fondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 32, commi 5, 6 e 7, L. 183/2010 (collegato lavoro) sollevate in materia di apparato sanzionatorio conseguente alla dichiarazione giudiziale di conversione di un contratto a termine in un contratto a tempo indeterminato.

La vicenda prende avvio a seguito della entrata in vigore dell’art. 32 della L. 183/2010 (collegato lavoro) il quale ha modificato in maniera significativa l’art. 6, commi 1 e 2, L. 604/1966, prescrivendo, per la parte che qui, interessa, che per il caso in cui l’organo giudicante adito accolga l’azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro subordinato, questi condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno nella misura da 2,5 a 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, seguendo i criteri di cui all’art. 8 L. 604/1966, ovvero tenendo conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’impresa, della anzianità di servizio, del comportamento e delle condizioni delle parti.

Il risarcimento del danno è ridotto della metà se la contrattazione collettiva (anche aziendale) preveda la assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori già occupati a tempo determinato nell’ambito di specifiche graduatorie.

Va precisato che la suddetta novità normativa si applica a tutti i contratti a tempo determinato in corso, nonché ai contratti a termine già cessati con decorrenza dalla data di entrata in vigore della legge.

La nuova disciplina legislativa si applica altresì a tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data della sua entrata in vigore, con facoltà per il giudice, ai soli fini della determinazione della indennità, di fissazione alle parti di un termine per la eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni.

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All’indomani della entrata in vigore della legge sono stati sollevati dubbi di costituzionalità della norma da parte della Corte di Cassazione con ordinanza del 28/1/2011, e da parte del Tribunale di Trani con ordinanza del 20/12/2010, con varie argomentazioni a sostegno della dubbia legittimità della norma, quali la limitazione del diritto del cittadino al lavoro ed alla tutela giurisdizionale in relazione alle norme costituzionali, la violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il contrasto con la normativa comunitaria in materia.

La Corte Costituzionale ha respinto tutte le argomentazioni sollevate dai giudici remittenti dichiarando la non fondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 32, commi 5, 6, 7 L. cit., nonché apportando chiarimenti in ordine alla portata applicativa della norma.

In particolare, la Corte Costituzionale ha chiarito che la indennità prevista dall’art. 32 cit. va chiaramente ad integrare la garanzia della conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

La Corte ha inoltre precisato che il danno forfettizzato dalla indennità in esame copre solo il periodo cd “intermedio”, quello, cioè, che corre dalla scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di essa e dichiara la conversione del rapporto, mentre per il periodo successivo il datore di lavoro è obbligato a riammettere in servizio il lavoratore ed a corrispondergli, in ogni caso, le retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva.

Da ultimo, la Corte Costituzionale ha considerato legittima la norma anche per la parte in cui è disposta la sua efficacia retroattiva, con il limite invalicabile della cosa giudicata, poiché essa ha introdotto un meccanismo semplificato di liquidazione del danno, parificando situazioni di fatto identiche, a prescindere dalla data di introduzione del giudizio, nonché dal grado dello stesso, per l’effetto razionalizzando il regime risarcitorio del danno conseguente alla violazione della normativa vincolistica in materia di contratti di lavoro a termine.

Avv. Emanuela Manini

Recupero dei contributi previdenziali

La disciplina introdotta dal D.L. n. 78/2010, convertito con L. n. 122/2010, nonché dalla L. 183/2010 (collegato lavoro) in materia di recupero dei contributi previdenziali da parte dell’Inps. Avviso di addebito. Il punto delle novità legislative in materia di riscossione coattiva dei contributi.

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Ci vengono richiesti con frequenza chiarimenti in materia di recupero dei contributi, dovuti all’Inps, a seguito della entrata in vigore del D.L. n. 78/2010, rubricato “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica…” convertito con L. n. 122/2010, nonché della L. n. 183/2010 (collegato lavoro), cui si risponde con una breve sintesi in materia.

In effetti, l’art. 30 del citato D.L., rubricato “Potenziamento dei processi di riscossione dell’Inps”, innovando sul sistema di recupero dei contributi previdenziali, dovuti in favore dell’Inps, ha introdotto “l’avviso di addebito” come nuovo titolo esecutivo per il sopracitato istituto previdenziale, al posto del previgente ruolo esattoriale.

Nel vecchio sistema una volta accertata l’esistenza di un credito contributivo non versato, l’Inps aveva la facoltà (non l’obbligo) di invocare il pagamento mediante avviso bonario al debitore, concedendo un termine di 30 gg. per l’adempimento spontaneo della obbligazione.

A tale fase, per il caso di mancato pagamento spontaneo del debito, seguiva la iscrizione a ruolo del credito previdenziale, nonché la trasmissione del ruolo al concessionario del servizio di riscossione (da ultimo, Equitalia Spa, istituita con L. n. 248/2005) per l’avvio della esecuzione esattoriale.

Con l’entrata in vigore dell’art. 30 D.L. 78/2010, convertito nella L. 122/2010, è stata soppressa la fase della iscrizione a ruolo del credito contributivo, e la consegna del ruolo all’agente della riscossione, cui competeva la notifica della cartella di pagamento ed è stato introdotto per il solo Inps l’avviso di addebito, contenente la intimazione al debitore di adempiere entro 60 gg. dalla notifica dell’avviso, con l’avvertimento che in mancanza del pagamento l’agente di riscossione, indicato nell’avviso, procederà ad espropriazione forzata, secondo i poteri e le modalità che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo.

La circostanza che nell’avviso di addebito difetti la indicazione dell’ente creditore (a differenza della cartella di pagamento) è da imputarsi al fatto che l’avviso non può che provenire dall’Inps, cui solo è consentita tale modalità di recupero coattivo del credito, cui va ad aggiungersi la mancata indicazione del ruolo e della data di esecutività dello stesso, essendo venuta meno la emissione del ruolo.

Non si pensi, dunque, a tali difetti di indicazione come vizi dell’avviso.

Piuttosto, occorre dire che per il caso di mancato pagamento dell’avviso di addebito, entro il termine di 60 gg., sarà iniziata la esecuzione forzata, entro un anno dalla notifica (a pena di inefficacia), con aggravio di oneri a titolo di aggio dovuto all’agente di riscossione, nonché a titolo di spese per la procedura esecutiva.

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La novità legislativa, sopracitata, si interseca con la recente disciplina legislativa, contenuta nella L. n. 183/2010 (collegato lavoro), la quale (sostituendo l’art. 13 Dlgs n. 124/2004) ha disposto che a conclusione del procedimento ispettivo debba essere notificato un unico verbale di accertamento, contenente “gli esiti dettagliati dell’accertamento, con indicazione puntuale delle fonti di prova e degli illeciti rilevati”, affinchè il debitore sia messo da subito a conoscenza dell’importo dovuto a titolo di sanzioni amministrative, contributi e premi non pagati, con le relative sanzioni civili.

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Con la introduzione della disciplina legislativa, sopra richiamata, si sortisce dunque l’effetto da parte dell’Inps di una notevole abbreviazione del processo di riscossione, non più caratterizzato dalla emissione dei previgenti atti – avviso di accertamento, avviso bonario, iscrizione a ruolo del credito contributivo, formazione e notifica della cartella di pagamento da parte dell’agente di riscossione – bensì connotato dalla emissione dell’unico atto, costituito dall’avviso di addebito, seguito, decorsi 60 gg., in difetto di pagamento, dall’avvio della procedura di esecuzione.

Laddove costituisca intenzione del debitore, in presenza di validi motivi, di impugnare l’avviso di addebito, non resta che radicare giudizio di opposizione, per motivi afferenti il merito della pretesa contributiva, dinanzi al Tribunale del lavoro e della previdenza territorialmente competente, entro il termine perentorio di 40 gg. dalla notifica dell’avviso, pena il consolidamento del credito vantato dall’ente previdenziale.

Avv. Emanuela Manini

Permessi in favore di portatori di handicap. Art. 33 L. n. 104/1992. Modifiche

Permessi in favore di portatori di handicap in situazioni di gravità. Art. 33 L. n. 104/1992. Modifiche apportate dall’art. 24 L. n. 183/2010 (cd. collegato lavoro).

Ci vengono chiesti chiarimenti sulla nuova disciplina, introdotta dall’art. 24 L. n. 183/2010 (collegato lavoro) in materia di permessi retribuiti in favore di lavoratori dipendenti che assistono familiari affetti da handicap in situazione di gravità.

In effetti, la materia dei permessi per l’assistenza a portatori di handicap in situazioni di gravità, disciplinata dall’art. 33 L. 104/1992 (e successive modifiche ed integrazioni), è stata modificata dall’art. 24 L. n. 183/2010, la quale ha introdotto le novità, di seguito illustrate.

1) Il nuovo dettato legislativo ha ristretto la platea dei soggetti legittimati alla fruzione di permessi retribuiti.

In particolare, sono ammessi al beneficio oltre al coniuge, i parenti e gli affini di primo e secondo grado, nonché i parenti e gli affini di terzo grado, questi ultimi a condizione che il coniuge e/o i genitori della persona disabile abbiano compiuto i 65 anni di età, o siano affetti da patologia invalidante, infine che siano deceduti o mancanti.

2) Il diritto alla fruizione dei permessi può essere accordato ad un solo lavoratore (non è più consentita la alternatività tra più beneficiari), ad eccezione dei genitori (anche adottivi) di figli disabili, ai quali è concessa la fruizione alternativa di permessi (seppure nel limite di tre giorni per persona disabile).

3) Sono venuti meno i requisiti della “continuità” e della “esclusività”, quali presupposti necessari ai fini del godimento dei permessi da parte dei beneficiari.

Dunque, oltre al requisito della convivenza (già eliminato dall’art. 20 L. 53/2000), la continuità e la esclusività non costituiscono più elementi essenziali ai fini del godimento dei permessi.

Analogamente, la legge ha abrogato l’art. 42, comma 3, Dlgs n. 151/2001, il quale prevedeva che i permessi dei genitori di figlio gravemente disabile e maggiore di età, potessero essere fruiti a condizione che sussistesse la convivenza, ovvero la continuità ed esclusività dell’assistenza.

4) E’ previsto il diritto del lavoratore di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere, in luogo del “proprio domicilio” coincidente, nel previgente dettato legislativo, con quello del familiare disabile.

5) Viene espressamente prevista la decadenza da diritto alla fruizione dei permessi (pari a tre giorni interi al mese, ovvero 18 ore mensili da ripartire nelle giornate lavorative), coperti da contributi figurativi, qualora il datore di lavoro o l’Inps accerti la sussistenza od il venir meno delle condizioni richieste per la fruizione dei medesimi diritti.

Costituiscono variazioni della situazione, che danno luogo al venir meno delle condizioni: il ricovero a tempo pieno del soggetto disabile (il testo novellato ribadisce che presupposto per la concessione dei benefici è che la persona non sia ricoverata a tempo pieno, presso strutture ospedaliere, pubbliche o private); la revoca del giudizio di disabilità (art. 4, comma 1, L. 104/1992, art. 20, comma1, D.L. 78/2009, convertito nella L. 102/2009); il decesso del disabile.

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Da ultimo, si segnalano i chiarimenti apportati alla materia dalle circolari INPS n. 155/2010, e 45/2011.

Avv. Emanuela Manini