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Decesso del familiare di lavoratore per esposizione all’amianto

Decesso del familiare di lavoratore dipendente di FS Spa/RFI Spa per mesotelioma pleurico a seguito di esposizione indiretta all’amianto. Risarcimento del danno agli eredi. Breve commento alla sentenza del Tribunale di Bologna n. 2828 del 2/10/2015.

La citata sentenza del Tribunale di Bologna riguarda il caso di un operario, dipendente delle Ferrovie dello Stato Spa (in seguito RFI Spa) che ha lavorato presso l’Officina Deposito Locomotive di Bologna dal 1970 al 1980, in seguito presso la Officina Grandi Riparazioni di Firenze dal 1985 al 1989.

Durante i periodi lavorati il lavoratore è risultato esposto all’amianto, una forma di polvere presente in molti pezzi dei locomotori, oggetto di lavorazione, avendo quale unica protezione la tuta da lavoro ed i guanti, inoltre l’ambiente di lavoro non aveva divisioni, pertanto la polvere sollevata da ciascun operaio entrava in circolazione dappertutto.

Il lavoratore doveva provvedere a lavare la tuta da lavoro presso la propria abitazione e di tale incombente si occupava la moglie, alla quale nell’anno 2002 era stato diagnosticato un mesotelioma pleurico, che portava al decesso della donna nell’anno 2003.

Il Tribunale di Bologna, all’esito di accurate indagini, sia ambientali che di tipo medico legale, ha ritenuto le società ferroviarie responsabili del decesso della coniuge del lavoratore, da ricondursi alla inalazione da parte della congiunta di fibre di amianto in ambiente domestico.

Nello specifico, il Tribunale adito ha considerato determinanti i seguenti aspetti:

– il mesotelioma pleurico era l’unica causa di morte della signora;

– per i luoghi in cui aveva abitato e per l’attività svolta, era da escludere che essa fosse stata esposta all’amianto;

– fino ai primi anni ‘80, le Ferrovie dello Stato non avevano adottato alcuna precauzione al fine di proteggere i lavoratori esposti all’amianto e solo a partire da tale periodo la società aveva iniziato ad adottare norme tecniche in materia di amianto, da ritenersi comunque tardive, atteso che fino dai primi anni ‘70 era nota la pericolosità dell’amianto;

– fino ai primi anni ‘80 le Ferrovie dello Stato non provvedevano al lavaggio degli indumenti di lavoro, pertanto i lavoratori portavano a casa gli indumenti, contaminati di polveri di amianto e provvedevano al loro lavaggio.

Sulla base di tali considerazioni in fatto, il Tribunale di Bologna ha ritenuto le società ferroviarie responsabili del decesso della moglie del dipendente, ed ha riconosciuto in favore di ciascun erede (marito e due figlie) il risarcimento del danno, iure proprio, da perdita del rapporto parentale, ed il risarcimento del danno, iure ereditatis, da commisurarsi al periodo di durata della malattia, prima del decesso, caratterizzata da una elevata sofferenza della malata, consapevole dell’inevitabile esito mortale, e dunque quantificata nella misura massima stabilita dalle tabelle milanesi.

Avv. Emanuela Manini

MESOTELIOMA PLEURICO DA INALAZIONE DI FIBRE DI AMIANTO. RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE

RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE, A SE-GUITO DI CONTRAZIONE DI MESOTELIOMA PLEURICO, DA INALAZIONE DI FIBRE DI AMIANTO, DA RICONDURSI A VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI SICUREZZA POSTO A CARICO DEL DATORE DI LAVORO, AI SENSI DELL’ART. 2087 CC. BREVE COMMENTO ALLA SENTENZA N. 2251 DEL 16/2/2012 DELLA CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. LAV.

Si segnala la interessante sentenza n. 2251 del 16/2/2012, pronunciata dalla Corte di Cassazione, sez. lav., nell’ambito di una controversia promossa dagli eredi di un lavoratore dece-duto a seguito di mesotelioma pleurico contratto a causa della inalazione di fibre di amianto presenti nell’ambito di lavoro. In particolare, la Corte di Cassazione, adita dalla società da-trice di lavoro, al fine di invocare la riforma della sentenza, pronunciata dalla Corte di Appello di Venezia, di accoglimento del ricorso, promosso dagli eredi del lavoratore deceduto, fissa un interessante principio in materia di risarcimento del dan-no, di seguito riportato.

Preliminarmente, è ribadito il rilievo secondo cui, sul piano le-gislativo, in epoca ben anteriore agli anni settanta era affermata la pericolosità della lavorazione dell’amianto (R.D. n. 442/1909, recante il regolamento per il T.U. della legge per il lavoro delle donne e dei fanciulli; Dlgs n. 1136/1916, recante il regolamento per l’esecuzione della legge sul lavoro di donne e fanciulli; R.D. 1720/1936, recante tabelle dei lavori vietati a donne minorenni e fanciulli, DPR n. 303/1956; DPR n. 648/1956; Reg 1169/1960, T.U. n. 1124/1965). Essendo da tempo nota la pericolosità delle fibre di amianto, si imponeva al datore di lavoro, in ottemperanza della norma, di cui all’art. 2087 cc., la adozione di misure idonee a ridurre il rischio, tenuto conto della realtà aziendale, nonché la inda-gine sulla esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico. Quanto alla entità del risarcimento del danno, da liquidarsi in favore del lavoratore, in caso di contrazione di patologia letale da inalazione di fibre di amianto, la Suprema Corte nel ri-chiamare la pronuncia delle Sezioni Unite n. 26972/2008, in punto di risarcibilità del danno non patrimoniale, da intender-si comprensivo del danno biologico e morale, precisa come non possa procedersi alla liquidazione di tale voce di danno, sulla base della meccanica applicazione delle tabelle di liqui-dazione del danno biologico, senza tenere adeguato conto della situazione soggettiva del soggetto danneggiato.

In particolare, nel caso di specie, il giudice di merito, nella li-quidazione del danno, si era limitato a liquidare, equitativa-mente, a titolo di risarcimento del danno biologico (nella sua particolare configurazione terminale) euro 100,00 per ogni giorno di malattia, intercorso tra la diagnosi ed il decesso, ol-tre al danno morale, ridotto della metà rispetto al danno biolo-gico, tuttavia senza dare conto del criterio di valutazione adot-tato per quantificare i gravi patimenti sopportati dalla vittima, lucidamente consapevole dell’approssimarsi della fine.

Di qui, la formulazione del principio di diritto, secondo cui: “in caso di lesione dell’integrità fisica conseguente a malattia oc-corsa al lavoratore per la violazione dell’obbligo di sicurezza posto a carico del datore di lavoro ex art. 2087 cc., ove dalla malattia sia derivato l’esito letale e la vittima abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della fine attivando un processo di sofferenza psichica, l’entità del danno non patrimoniale (il cui risarcimento è reclamabile dagli eredi) deve essere determinata sulla base non già (e non solo) della durata dell’intervallo tra la manifestazione conclamata della malattia e la morte, ma dell’intensità della sofferenza provata, delle condizioni persona-li e soggettive del lavoratore e delle altre particolarità del caso concreto”, cui il giudice di rinvio è stato chiamato ad uniformarsi.

                                                                                                      Avv. Emanuela Manini

 Allegati: sentenza 2251/2012

 

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BENEFICI PREVIDENZIALI PER LAVORATORI ESPOSTI AD AMIANTO E RIVALUTAZIONE DEI PERIODI DI LAVORO SOGGETTI AD ASSICURAZIONE AI FINI PENSIONISTICI

BENEFICI PREVIDENZIALI IN FAVORE DEI LAVORATORI ESPOSTI AD AMIANTO. RIVALUTAZIONE DEI PERIODI DI LAVORO SOGGETTI AD ASSICURAZIONE AI FINI PENSIONISTICI. IL PUNTO DELLA EVOLUZIONE LEGISLATIVA E GIURISPRUDENZIALE IN MATERIA.

Ci viene chiesto un chiarimento sulla legislazione applicabile nonché sulla evoluzione giurisprudenziale in materia di rivalutazione di periodi di lavoro per la esposizione ad amianto, sia ai fini della maturazione del diritto che ai fini della determinazione dell’importo della pensione.
Il beneficio della maggiorazione contributiva in materia di esposizione ad amianto, fonda la propria disciplina nell’art. 13 L. n. 257/1992 (“Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”), rubricato “Trattamento straordinario di integrazione salariale e pensionamento anticipato”, il quale al comma 8 dispone: “Per i lavoratori che siano stati esposti all’amianto per un periodo superiore a dieci anni, l’intero periodo lavorativo soggetto all’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali derivanti dall’esposizione all’amianto, gestita dall’Inail, è moltiplicato, ai fini delle prestazioni pensionistiche, per il coefficiente di 1,5”.
La norma è stata in seguito modificata dall’art. 47 D.L. n. 269/2003 (convertito, con modificazioni, in L. n. 326/2003), rubricato “Benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto”, il quale ha disposto che a decorrere dal 1/10/2003 il coefficiente di rivalutazione per l’esposizione all’amianto sia ridotto dall’1,5 all’1,25 e che lo stesso si applichi ai soli fini della determinazione delle prestazioni pensionistiche, non già della maturazione del diritto alle medesime.
Inoltre, la citata norma ha disposto, con la stessa decorrenza, che i benefici di rivalutazione siano concessi esclusivamente ai lavoratori che per un periodo superiore a dieci anni siano stati esposti all’amianto in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno.
I commi da 6 bis a 6 quinquies (introdotti con la legge di conversione 326/2003), facendo salve le previgenti (più favorevoli) disposizioni di legge, ne hanno previsto la applicabilità in favore dei lavoratori che abbiano già maturato alla data di entrata in vigore del decreto legge il diritto al trattamento pensionistico, anche in base ai benefici previdenziali, di cui all’art. 13, comma 8, L. n. 257/1992, e a quelli che fruiscono di trattamenti di mobilità o che abbiano risolto il rapporto di lavoro in relazione della domanda di pensionamento.
Infine, l’art. 3, comma 132, L. n. 350/2003 (legge finanziaria 2004) ha previsto che le disposizioni vigenti alla data del 2/10/2003 trovino applicazione anche a coloro che abbiano avanzato domanda di riconoscimento all’Inail o che ottengano sentenze favorevoli per cause avviate entro la stessa data e che restino valide le certificazioni già rilasciate dall’Inail.
La giurisprudenza di legittimità ha precisato che il citato art. 3 C. 132 deve essere interpretato nel senso che per maturazione del diritto deve intendersi la maturazione del diritto a pensione e che, tra coloro che non hanno ancora maturato il diritto a pensione, sono fatte salve le posizioni degli assicurati che alla data del 2/10/2003 abbiano avviato un procedimento amministrativo o giudiziario per l’accertamento del diritto alla rivalutazione contributiva (Cass. Civ. Sez. Lav. n. 15679/2006).
Dalla sopracitata disciplina discende che solo coloro che alla data del 2/10/2003 abbiano depositato ricorso o proposto domanda all’Inail, possono invocare la applicazione dell’art. 13, comma 8, L. n. 257/1992, essendo altrimenti applicabile la nuova disciplina.
Completa il quadro normativo di riferimento il decreto interministeriale 27/10/2004, emanato in attuazione dell’art. 47, comma 6, D.L. 269/2003, il quale, all’art. 1, ha stabilito che coloro che abbiano già maturato, entro il 2/10/2003, il diritto ai benefici previdenziali ex art. 13, comma 8, L. 257/1992, devono, a pena di decadenza, presentare entro 180 gg. dalla entrata in vigore del decreto (ovvero entro il 15/6/2005) domanda all’Inail di rilascio della certificazione della esposizione all’amianto, anche per ilcaso in cui la stessa fosse stata già presentata

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Così delineato il quadro legislativo di riferimento, la costante giurisprudenza di legittimità, supportata anche dalla Corte Costituzionale, ha individuato due requisiti per il riconoscimento del beneficio della rivalutazione dei periodi contributivi, ovvero: 1) la esposizione ultradecennale all’amianto; 2) la presenza nell’ambiente di lavoro di una concentrazione di fibre di amianto superiore ai valori limite fissati dalla legislazione in materia di prevenzione di infortuni e malattie professionali, ovvero dal dlgs n. 277/1991.
L’onere della prova della sussistenza dei requisiti per la fruizione del beneficio è a carico del richiedente (lavoratore o pensionato) al quale spetta di dimostrare la lavorazione alla quale era addetto, il contesto lavorativo in cui ha svolto per più di dieci anni tale lavorazione, la presenza in tale ambiente di polveri di amianto in concentrazione superiore ai valori indicati dal dlg. n. 277/1991 (v.di per tutte Cass. Sez. Lav. 16118/2005).
Tale onere probatorio potrà essere assolto sia attraverso il ricorso a prove testimoniali, sia attraverso l’espletamento di consulenza tecnica di ufficio, alla quale potrà essere demandato di accertare la presenza all’interno dell’ambiente di lavoro di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia massima di tollerabilità (v.di ancora Cass. Sez. Lav. n. 16118/2005).
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Conclusivamente, per il caso in cui vi siano lavoratori o pensionati che si trovino nelle condizioni, sopra elencate, potrà essere invocato il diritto alla rivalutazione del periodo lavorato per il coefficibente 1,5 (ex art. 13 L. n. 257/1991) ovvero 1,25 (ex art. 47 D.L. n. 269/2003) con ogni consequenziale effetto sia in termini di maturazione del diritto a pensione che di riliquidazione del trattamento pensionistico in godimento.

Avv. Emanuela Manini