Monthly Archives: settembre 2015

Intermediazione illecita di manodopera e contributi previdenziali

Rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato insorto con RFI Spa e/o Trenitalia Spa a seguito di accertamento di illecita intermediazione di manodopera, ai sensi dell’art. 1 L. 1639/1960. Onere della contribuzione interamente a carico delle società datrici di lavoro. Breve commento alla sentenza n. 18232/2015 della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro.

La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con sentenza n. 18232/2015, dando continuità al precedente orientamento giurisprudenziale, si è pronunciata nel caso di costituzione di un rapporto di lavoro subordinato insorto con società del gruppo FS (RFI Spa, Trenitalia Spa) a seguito di intermediazione illecita di manodopera, ai sensi dell’art. 1 L. 1369/1960, ed ha ribadito il principio secondo cui i contributi previdenziali non versati fanno interamente carico alle società ferroviarie, senza che sia consentito a queste di pretendere dal lavoratore la quota a carico di quest’ultimo.

Si legge nella citata sentenza: “Come puntualizzato da questa Corte in analoghe occasioni (cfr. Cass. n. 6848/2009), il combinato disposto degli artt. 19 e 23 L. 218/1952 delinea il regime giuridico di due distinte fattispecie, la prima delle quali ha ad oggetto l’ipotesi normale e fisiologica del pagamento della contribuzione alla scadenza del periodo di paga, mentre la seconda quella patologica dell’omissione del pagamento o dell’adempimento tardivo, facendone derivare conseguenze rilevanti in punto di responsabilità del datore di lavoro: nella prima ipotesi, la legge garantisce al datore di lavoro (operante come mero adiectus solutionis causa nei confronti dell’ente creditore) il diritto a trattenere “il contributo a carico del lavoratore…sulla retribuzione corrisposta…alla scadenza del periodo di paga cui il contributo si riferisce”, laddove, nella seconda, il datore di lavoro resta “tenuto al pagamento dei contributi o delle parti di contributi non versate, tanto per la quota a proprio

carico che per la quota a carico del lavoratore”….E ciò al fine di evitare (per come correttamente avverte Cass. n. 5916/1998) che, in conseguenza dell’inadempimento del datore di lavoro, venga riversato sul lavoratore il pagamento delle somme arretrate, il cui livello si accresce per il tempo dell’inadempimento, assumendo proporzioni apprezzabili e direttamente proporzionali al perdurare dell’inadempimento del soggetto obbligato. Infine, ribadendosi come, a fronte di un comportamento antigiuridico del datore di lavoro (che ometta o ritardi il pagamento dei contributi), vada riconosciuta la possibilità per lo stesso di dimostrare l’impossibilità di adempiere la prestazione dovuto per causa non imputabile (cfr. Cass. n. 8800/2008), secondo una prospettiva in realtà eccedente la struttura della fattispecie, nella quale rileva essenzialmente un inadempimento colpevole, valutabile secondo i rimedi comuni (Cass. 11 giugno 2013, n. 14631; Cass. 14 giugno 2013, n. 15004; Cass. 17 giugno 2013, n. 15070; Cass. 17 giugno 2013, n. 15071; Cass. 25 giugno 2013 n. 19524).

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Di qui, il rigetto del ricorso promosso da RFI Spa nei confronti di un lavoratore, patrocinato dagli Avv.ti Gianluca Braschi ed Emanuela Manini, sia nelle fasi di merito che in quella di legittimità.

Allegati: sentenza n. 18232/2015

                                                                  Avv. Emanuela Manini

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Assegnazione della casa coniugale in presenza di figli maggiorenni

Assegnazione della casa coniugale in sede di separazione e di divorzio in presenza di figli maggiorenni economicamente autosufficienti. Breve commento alla sentenza della Corte di Cassazione 22/7/2015 n. 15307

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, torna sul tema della assegnazione della casa coniugale in presenza di figli maggiorenni economicamente autosufficienti per ribadire il principio che il coniuge, separato o divorziato, non è titolare di un diritto di godimento sull’immobile, adibito a casa coniugale, se non risulti affidatario di figli minori, ovvero convivente con figli maggiorenni non autosufficienti.

La Suprema Corte si pronuncia nel caso di un coniuge e della figlia, maggiorenne convivente con la madre, le quali rivendicavano il diritto ad abitare nell’immobile assegnato, in proprietà dell’altro coniuge, a nulla rilevando, a loro dire, la revoca dell’assegno di mantenimento, giudizialmente disposta nei confronti della figlia maggiorenne, divenuta frattanto autosufficiente, atteso che il diritto all’assegno di mantenimento costituiva beneficio economico sganciato dal diritto ad abitare la casa familiare.

La Suprema Corte, nel rigettare la tesi delle ricorrenti, ha ribadito il principio, secondo cui l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, in ragione della acquisita indipendenza economica, la esigenza di mantenere la speciale protezione.

Né varrebbe invocare la tutela del coniuge, economicamente più debole, atteso che il diritto personale di godimento della casa coniugale esula dalla serie dei diritti patrimoniali conseguenti alla pronuncia di separazione o divorzio.

Sulla base dei questi principi, la Suprema Corte ha dichiarato cessato il diritto del coniuge e della figlia al godimento della casa familiare, ed ha condannato le stesse a corrispondere all’acquirente dell’immobile, al quale era stato frattanto venduto dal coniuge proprietario, la relativa indennità di occupazione, sul presupposto della illegittimità del perdurare della occupazione del bene in parola.

                                                                  Avv. Emanuela Manini

Allegati: sentenza n. 15367/2015

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