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Indennità di malattia e congedo parentale ai lavoratori iscritti alla gestione separata

Estensione del diritto alla indennità giornaliera di malattia ed alla indennità per congedo parentale ai lavoratori iscritti alla gestione separata, di cui all’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995. Chiarimenti apportati dalla circolare Inps n. 77/2013 del 13/5/2013.

A seguito della entrata in vigore dell’art. 24, comma 26, D.L. n. 201/2011 (convertito in L. n. 241/2011) le tutele previdenziali della indennità di malattia e del trattamento economico per congedo parentale, previste in favore dei lavoratori a progetto e categorie assimilate, iscritti alla gestione separata, sono state estese a decorrere dal 1/1/2012 in favore di soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, iscritti alla gestione separata e non titolari di pensione (lavoratori libero professionisti).

Per il riconoscimento della indennità di malattia è necessaria la sussistenza di presupposti e condizioni, di seguito indicati.

Requisito contributivo e reddituale.

E’ necessario, ai fini del perfezionamento del requisito contributivo, che risultino accreditate nella gestione separata, almeno 3 mensilità nei 12 mesi antecedenti l’evento malattia (per il 2013 l’aliquota contributiva è pari al 27,72%).

Quanto al requisito reddituale, è necessario che il reddito individuale assoggettato a contributo nella gestione separata non sia superiore al 70% del massimale contributivo di cui all’art. 2, comma 18, L. 335/1995 (per il 2013 il limite di reddito è pari ad euro 67.304,30).

Trasmissione della certificazione di malattia.

Per il riconoscimento dell’evento morboso è necessaria la trasmissione all’Inps di valida certificazione attestante lo stato di incapacità temporanea al lavoro.

La tutela della indennità di malattia è esclusa per eventi di durata inferiore a 4 giorni.

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Anche i lavoratori cui sopra sono soggetti agli accertamenti medico legali domiciliari e/o ambulatoriali, al fine di consentire la verifica della sussistenza dello stato di incapacità al lavoro.

Le fasce di reperibilità sono quelle previste dalla legislazione in materia (10.00 – 12.00, 17.00 – 19.00).

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Il numero di giornate indennizzabili in un anno solare non può superare 61 giorni, e la tutela è riconosciuta per un minimo di 20 giorni.

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Ulteriori chiarimenti sono contenuti nella circolare Inps in commento.

Avv. Emanuela Manini

Allegati: circolare Inps n. 77/2013

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Nullità del termine apposto al contratto di lavoro. Illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore per mancata presentazione al lavoro.

NULLITA’ DEL TERMINE APPOSTO AL CONTRATTO DI LAVORO. RIAMMISSIONE IN SERVIZIO IN UNA SEDE DIVERSA DA QUELLA ASSEGNATA IN ORIGINE. ILLEGITTIMITA’ DEL LICENZIAMENTO INTIMATO AL LAVORATORE PER MANCATA PRESENTAZIONE AL LAVORO.

BREVE COMMENTO ALLA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE N. 11927/2013.

La recentissima sentenza della Corte di Cassazione, n. 11927/2013, depositata in cancelleria in data 16/5/2013, ha stabilito il principio, di favore per il lavoratore, secondo cui il datore di lavoro, al momento della riammissione in servizio a seguito di accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro, deve reinserire il lavoratore nel luogo e nelle mansioni originarie, atteso che il rapporto di lavoro si deve intendere come mai cessato, pertanto la continuità dello stesso implica che la prestazione di lavoro deve persistere nella medesima sede.

Muovendo da tale principio, la Corte di Cassazione ha dichiarato la illegittimità del licenziamento disciplinare del dipendente che non aveva ripreso servizio nella sede assegnata.

La Suprema Corte ha richiamato il costante orientamento secondo cui “la ottemperanza del datore di lavoro all’ordine giudiziale di riammissione in servizio a seguito di accertamento della nullità dell’apposizione di un termine al contratto di lavoro implica il ripristino della posizione di lavoro del dipendente, il cui reinserimento nell’attività lavorativa deve quindi avvenire nel luogo e nella mansioni originarie, atteso che il rapporto contrattuale si intende come mai cessato e quindi la continuità dello stesso implica che la prestazione deve persistere nella medesima sede, a meno che il datore di lavoro non intenda disporre il trasferimento del lavoratore ad altra unità produttiva, sempre che il mutamento della sede sia giustificato da ragioni tecniche, organizzative e produttive (cfr. Cass. n. 8584 del 2007).

Nella fattispecie in esame, poiché l’invito a riprendere servizio in una sede diversa da quella di origine non contemplava, secondo l’accertamento dei giudici di merito, alcuna motivazione, la modifica della sede di lavoro è stata correttamente intesa come un trasferimento illegittimo, che, in quanto assunto in violazione della disciplina in materia, nonché dei principi di correttezza e buona fede, integrava un inadempimento del contratto di lavoro.

Di qui, la mancata presentazione in servizio del lavoratore trovava la propria giustificazione quale attuazione di una eccezione di inadempimento (art. 1460 cc.).

Muovendo da tale presupposto, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza, pronunciata dalla Corte di Appello, di declaratoria di illegittimità del licenziamento per assenza dal servizio, intimato dalla società dopo che il lavoratore aveva contestato la nuova destinazione.

La sentenza si presenta di particolare interesse anche per un altro principio, secondo cui non può ritenersi che “sussista una presunzione di legittimità dei provvedimenti aziendali, che imponga l’ottemperanza agli stessi fino a un contrario accertamento in giudizio”.

Dunque, non ogni ordine del datore di lavoro deve essere eseguito dal lavoratore, ma solo quello che sia conforme alla legge ed al contratto, potendo in tale caso il dipendente non ottemperare al comando, in attesa della decisione del giudice, frattanto adito.

Avv. Emanuela Manini

 

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