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Regolarizzazione contribuzione fondo pensioni F.S.

Regolarizzazione del periodo lavorativo da parte dalle Ferrovie dello Stato, a seguito di declaratoria di illecita intermediazione di manodopera, ai sensi dell’art. 1 L. 1369/1960. Computabilità dei contributi versati all’Inps sulla posizione del lavoratore dalla azienda appaltatrice ai fini della regolarizzazione del periodo lavorativo accertato alle dipendenze delle FS. Esclusione. Breve commento alla sentenza n. 589/2011 pronunciata dalla Corte di Appello di Firenze, sez. lavoro.

Con sentenza n. 589/2011 la Corte di Appello di Firenze sez. lav. si è pronunciata nella controversia promossa da Trenitalia Spa avverso un lavoratrice, patrocinata dall’Avv. Emanuela Manini, nonché avverso l’Inps, avente ad oggetto la impugnazione della sentenza n. 260/2009 del Tribunale di Firenze, Giudice del Lavoro, che aveva accertato la non ripetibilità da parte di Trenitalia Spa nei confronti della lavoratrice di somme di denaro a titolo di quote contributive a carico della dipendente, afferenti il periodo 1992-1994, oggetto di regolarizzazione da parte della società del trasporto ferroviario nell’anno 2005, ovvero all’esito dell’accertamento giudiziale di illecita intermediazione di manodopera.

A sostegno della propria posizione, Trenitalia Spa ha ammesso la facoltà, propria della stessa, di ripetere dal lavoratore le somme contributive, che avrebbero dovuto essere trattenute in busta paga, per il caso di regolarità del rapporto di lavoro, negando la applicazione in campo ferroviario dell’art. 23 L. n. 1218/1952, quale norma, a suo dire, priva di carattere generale.

Inoltre, Trenitalia Spa ha nuovamente reiterato dinanzi alla Corte di Appello di Firenze la domanda, rigettata in primo grado, avente ad oggetto l’accertamento della computabilità dei contributi versati dalla azienda appaltatrice sul conto assicurativo Inps della propria dipendente ai fini della regolarizzazione del periodo lavorativo presso il Fondo pensioni FS, con conseguente richiesta di condanna dell’Inps alla restituzione a Trenitalia Spa dell’importo corrispondente alla quota contributiva versata dall’apparente datore di lavoro.

La Corte d’Appello di Firenze ha respinto le domande avanzate da Trenitalia Spa nei confronti della dipendente e dell’Inps, confermando integralmente la sentenza di primo grado.

In particolare, contrariamente a quanto sostenuto dalla società appellante, il principio fissato dall’art. 23 L. n. 218/1952, secondo cui “Il datore di lavoro che non provveda al pagamento dei contributi entro il termine stabilito o vi provvede in misura inferiore alla dovuta è tenuto al pagamento dei contributi o delle parti di contributo non versate tanto per la quota a proprio carico quanto per quella a carico dei lavoratori, nonché al versamento di una somma aggiuntiva pari a quella dovuta, ed è punito con la sanzione amministrativa da Lire 5.000 a lire 100.000 per ogni dipendente per il quale sia stato omesso in tutto o in parte il pagamento del contributo”, ha carattere generale nell’ordinamento previdenziale, costituendo un elementare principio di buona fede e correttezza nell’attuazione del contratto di lavoro, attesa, altresì, la specialità della “ritenuta contributiva” che non può essere effettuata dal datore di lavoro secondo criteri e cadenze arbitrarie (addirittura, come nel caso in esame, dopo molti anni dalla sua naturale debenza).

Né varrebbe sostenere, in uno con la società appellante, che l’obbligo di corrispondere i contributi e le somme aggiuntive non esclude la possibilità della rivalsa, ex art. 2115 cc., atteso che la riconduzione di un rapporto di lavoro al suo reale datore di lavoro non vale a costituire un nuovo rapporto, bensì ad accertare, con efficacia ex tunc, la sussistenza dello stesso in capo ad altro soggetto, di talché, anche sotto tale profilo, il mancato assolvimento alla scadenza dell’obbligo, retributivo e contributivo, non può che comportare la applicazione dell’art. 23 L. n. 218/1952, con ogni consequenziale effetto di legge.

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Infine, la Corte di Appello di Firenze ha concluso il proprio percorso argomentativo nel senso di condividere la statuizione giudiziale di primo grado, per la parte in cui ha giudicato inammissibile la domanda avanzata da Trenitalia Spa nei confronti dell’Inps, avente ad oggetto la computabilità dei contributi versati dalla apparente datrice di lavoro ai fini della regolarizzazione contributiva dei versamenti nel Fondo pensioni FS enunciando, a sostegno del proprio ragionamento, due interessanti principi di diritto, ovvero:

– in nessun caso Trenitalia Spa potrà essere legittimata a chiedere la restituzione all’Inps dei contributi versati dalla apparente datrice di lavoro;

– il pagamento dei contributi previdenziali da parte dell’intermediario, datore di lavoro apparente, non ha efficacia estintiva rispetto al debito contributivo del datore di lavoro effettivo, al quale non sarà consentito invocare la applicazione dell’art. 1180 cc. in materia di adempimento della obbligazione da parte del terzo, né eludere il versamento per l’intero della contribuzione a suo carico.

Avv. Emanuela Manini

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Recupero dei contributi previdenziali

La disciplina introdotta dal D.L. n. 78/2010, convertito con L. n. 122/2010, nonché dalla L. 183/2010 (collegato lavoro) in materia di recupero dei contributi previdenziali da parte dell’Inps. Avviso di addebito. Il punto delle novità legislative in materia di riscossione coattiva dei contributi.

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Ci vengono richiesti con frequenza chiarimenti in materia di recupero dei contributi, dovuti all’Inps, a seguito della entrata in vigore del D.L. n. 78/2010, rubricato “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica…” convertito con L. n. 122/2010, nonché della L. n. 183/2010 (collegato lavoro), cui si risponde con una breve sintesi in materia.

In effetti, l’art. 30 del citato D.L., rubricato “Potenziamento dei processi di riscossione dell’Inps”, innovando sul sistema di recupero dei contributi previdenziali, dovuti in favore dell’Inps, ha introdotto “l’avviso di addebito” come nuovo titolo esecutivo per il sopracitato istituto previdenziale, al posto del previgente ruolo esattoriale.

Nel vecchio sistema una volta accertata l’esistenza di un credito contributivo non versato, l’Inps aveva la facoltà (non l’obbligo) di invocare il pagamento mediante avviso bonario al debitore, concedendo un termine di 30 gg. per l’adempimento spontaneo della obbligazione.

A tale fase, per il caso di mancato pagamento spontaneo del debito, seguiva la iscrizione a ruolo del credito previdenziale, nonché la trasmissione del ruolo al concessionario del servizio di riscossione (da ultimo, Equitalia Spa, istituita con L. n. 248/2005) per l’avvio della esecuzione esattoriale.

Con l’entrata in vigore dell’art. 30 D.L. 78/2010, convertito nella L. 122/2010, è stata soppressa la fase della iscrizione a ruolo del credito contributivo, e la consegna del ruolo all’agente della riscossione, cui competeva la notifica della cartella di pagamento ed è stato introdotto per il solo Inps l’avviso di addebito, contenente la intimazione al debitore di adempiere entro 60 gg. dalla notifica dell’avviso, con l’avvertimento che in mancanza del pagamento l’agente di riscossione, indicato nell’avviso, procederà ad espropriazione forzata, secondo i poteri e le modalità che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo.

La circostanza che nell’avviso di addebito difetti la indicazione dell’ente creditore (a differenza della cartella di pagamento) è da imputarsi al fatto che l’avviso non può che provenire dall’Inps, cui solo è consentita tale modalità di recupero coattivo del credito, cui va ad aggiungersi la mancata indicazione del ruolo e della data di esecutività dello stesso, essendo venuta meno la emissione del ruolo.

Non si pensi, dunque, a tali difetti di indicazione come vizi dell’avviso.

Piuttosto, occorre dire che per il caso di mancato pagamento dell’avviso di addebito, entro il termine di 60 gg., sarà iniziata la esecuzione forzata, entro un anno dalla notifica (a pena di inefficacia), con aggravio di oneri a titolo di aggio dovuto all’agente di riscossione, nonché a titolo di spese per la procedura esecutiva.

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La novità legislativa, sopracitata, si interseca con la recente disciplina legislativa, contenuta nella L. n. 183/2010 (collegato lavoro), la quale (sostituendo l’art. 13 Dlgs n. 124/2004) ha disposto che a conclusione del procedimento ispettivo debba essere notificato un unico verbale di accertamento, contenente “gli esiti dettagliati dell’accertamento, con indicazione puntuale delle fonti di prova e degli illeciti rilevati”, affinchè il debitore sia messo da subito a conoscenza dell’importo dovuto a titolo di sanzioni amministrative, contributi e premi non pagati, con le relative sanzioni civili.

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Con la introduzione della disciplina legislativa, sopra richiamata, si sortisce dunque l’effetto da parte dell’Inps di una notevole abbreviazione del processo di riscossione, non più caratterizzato dalla emissione dei previgenti atti – avviso di accertamento, avviso bonario, iscrizione a ruolo del credito contributivo, formazione e notifica della cartella di pagamento da parte dell’agente di riscossione – bensì connotato dalla emissione dell’unico atto, costituito dall’avviso di addebito, seguito, decorsi 60 gg., in difetto di pagamento, dall’avvio della procedura di esecuzione.

Laddove costituisca intenzione del debitore, in presenza di validi motivi, di impugnare l’avviso di addebito, non resta che radicare giudizio di opposizione, per motivi afferenti il merito della pretesa contributiva, dinanzi al Tribunale del lavoro e della previdenza territorialmente competente, entro il termine perentorio di 40 gg. dalla notifica dell’avviso, pena il consolidamento del credito vantato dall’ente previdenziale.

Avv. Emanuela Manini

Permessi in favore di portatori di handicap. Art. 33 L. n. 104/1992. Modifiche

Permessi in favore di portatori di handicap in situazioni di gravità. Art. 33 L. n. 104/1992. Modifiche apportate dall’art. 24 L. n. 183/2010 (cd. collegato lavoro).

Ci vengono chiesti chiarimenti sulla nuova disciplina, introdotta dall’art. 24 L. n. 183/2010 (collegato lavoro) in materia di permessi retribuiti in favore di lavoratori dipendenti che assistono familiari affetti da handicap in situazione di gravità.

In effetti, la materia dei permessi per l’assistenza a portatori di handicap in situazioni di gravità, disciplinata dall’art. 33 L. 104/1992 (e successive modifiche ed integrazioni), è stata modificata dall’art. 24 L. n. 183/2010, la quale ha introdotto le novità, di seguito illustrate.

1) Il nuovo dettato legislativo ha ristretto la platea dei soggetti legittimati alla fruzione di permessi retribuiti.

In particolare, sono ammessi al beneficio oltre al coniuge, i parenti e gli affini di primo e secondo grado, nonché i parenti e gli affini di terzo grado, questi ultimi a condizione che il coniuge e/o i genitori della persona disabile abbiano compiuto i 65 anni di età, o siano affetti da patologia invalidante, infine che siano deceduti o mancanti.

2) Il diritto alla fruizione dei permessi può essere accordato ad un solo lavoratore (non è più consentita la alternatività tra più beneficiari), ad eccezione dei genitori (anche adottivi) di figli disabili, ai quali è concessa la fruizione alternativa di permessi (seppure nel limite di tre giorni per persona disabile).

3) Sono venuti meno i requisiti della “continuità” e della “esclusività”, quali presupposti necessari ai fini del godimento dei permessi da parte dei beneficiari.

Dunque, oltre al requisito della convivenza (già eliminato dall’art. 20 L. 53/2000), la continuità e la esclusività non costituiscono più elementi essenziali ai fini del godimento dei permessi.

Analogamente, la legge ha abrogato l’art. 42, comma 3, Dlgs n. 151/2001, il quale prevedeva che i permessi dei genitori di figlio gravemente disabile e maggiore di età, potessero essere fruiti a condizione che sussistesse la convivenza, ovvero la continuità ed esclusività dell’assistenza.

4) E’ previsto il diritto del lavoratore di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere, in luogo del “proprio domicilio” coincidente, nel previgente dettato legislativo, con quello del familiare disabile.

5) Viene espressamente prevista la decadenza da diritto alla fruizione dei permessi (pari a tre giorni interi al mese, ovvero 18 ore mensili da ripartire nelle giornate lavorative), coperti da contributi figurativi, qualora il datore di lavoro o l’Inps accerti la sussistenza od il venir meno delle condizioni richieste per la fruizione dei medesimi diritti.

Costituiscono variazioni della situazione, che danno luogo al venir meno delle condizioni: il ricovero a tempo pieno del soggetto disabile (il testo novellato ribadisce che presupposto per la concessione dei benefici è che la persona non sia ricoverata a tempo pieno, presso strutture ospedaliere, pubbliche o private); la revoca del giudizio di disabilità (art. 4, comma 1, L. 104/1992, art. 20, comma1, D.L. 78/2009, convertito nella L. 102/2009); il decesso del disabile.

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Da ultimo, si segnalano i chiarimenti apportati alla materia dalle circolari INPS n. 155/2010, e 45/2011.

Avv. Emanuela Manini