Monthly Archives: marzo 2011

MOBBING E DEMANSIONAMENTO DEL LAVORATORE (commento alla sent. 281/11 Trib. di Firenze sez. lav.)

Mobbing e demansionamento del lavoratore. Breve commento alla sentenza n. 281/2011 del Tribunale di Firenze, sez. lavoro.

Si ritiene opportuno segnalare la interessante sentenza n. 281/2011 del Tribunale di Firenze, sez. lav., pronunciata nell’ambito di una controversia promossa da un lavoratore avverso la società datrice di lavoro, avente ad oggetto l’accertamento della illegittimità del comportamento tenuto dalla predetta società nei confronti del lavoratore, integrante la fattispecie di mobbing e demansionamento, con conseguente condanna la società al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali (biologico e morale) derivanti, in nesso di causalità, dalle condotte lamentate.

In particolare, assumeva il lavoratore, patrocinato dagli Avv.ti GianLuca Braschi ed Emanuela Manini, di essere stato assunto dall’anno 1973 con qualifica di impiegato area direttiva liv. A CCNL settore industria cemento, nonché sosteneva che a partire dall’anno 2000 era diventato vittima da parte di alcuni colleghi di atteggiamenti ostili e vessatori nei suoi confronti, concretizzatisi in due gravi episodi di aggressione fisica, unitamente a molteplici azioni di disturbo, quali affissione all’interno dello stabilimento di disegni e scritti anonimi, danneggiamento dell’armadietto in dotazione e dell’automobile, uso di espressioni offensive ed ingiuriose nella sua direzione.

Riferiva ancora il lavoratore che l’azienda, pure avvertita in più occasioni dell’atteggiamento tenuto nei suoi confronti, aveva omesso qualsivoglia provvedimento, volto ad impedire tali condotte, configuranti una ipotesi di mobbing, non assumendo alcun provvedimento a tutela della integrità fisica e della personalità morale del lavoratore, secondo le indicazioni dell’art. 2087 cc.

A ciò andava ad aggiungersi, secondo la ricostruzione dei fatti, offerta dal lavoratore, che la società datrice di lavoro lo aveva privato del ruolo di gestione del personale, lasciandolo sostanzialmente inattivo per la intera durata del turno lavorativo, configurando tale condotta una ipotesi di demansionamento, lesiva del disposto dell’art. 2103 cc.

Da ultimo, sosteneva il lavoratore che a causa della condotta illegittima, subita nell’ambiente di lavoro, questi aveva contratto una patologia, dalla quale erano residuati postumi permanenti.

Di qui, la invocazione di danni patrimoniali e non patrimoniali (biologico e morale) riconducibili ai comportamenti, come sopra descritti.

Si costituiva ritualmente in giudizio la società convenuta, escludendo di avere tenuto una condotta inerte a fronte delle lamentele del lavoratore, nonché ammettendo di avere richiamato i lavoratori, indicati come gli autori delle vessazioni, i quali, tuttavia, avevano negato ogni addebito.

Parimenti, quanto al paventato demansionamento, la società negava l’incedere dei fatti, come ricostruiti dal lavoratore, nonché ammetteva di avere attribuito a questo nuove mansioni, a seguito di un processo di riorganizzazione al proprio interno.

All’esito della fase istruttoria, con audizione di numerosi testi, sia di parte ricorrente che di parte convenuta, nonché esperita CTU medico legale sulla persona del lavoratore, il Tribunale di Firenze accoglieva la domanda, dichiarando la sussistenza di un comportamento illegittimo della società nei confronti del lavoratore, integrante la fattispecie di mobbing e demansionamento, nonché condannando la convenuta al risarcimento del danno non patrimoniale, in favore del ricorrente, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali dal dovuto al saldo e spese del procedimento.

—°—

La sentenza pronunciata dal Tribunale di Firenze si segnala per avere compiutamente analizzato i tratti salienti della fattispecie del mobbing, consistenti, secondo la più autorevole giurisprudenza di legittimità in materia, a) nella molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti, se considerati singolarmente, che siano posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) nell’evento lesivo della salute e della personalità del dipendente; c) nel nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico ed il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) nella sussistenza dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio, nei confronti del lavoratore.

—°—

Quanto alla domanda di accertamento della sussistenza di dequalificazione e demansionamento del lavoratore, ha ritenuto il Tribunale che anche tali circostanze fossero risultate provate nel corso del giudizio, a nulla rilevando la assenza di modifica in senso formale dell’inquadramento contrattuale del lavoratore, nonché del trattamento retributivo (che anzi, il lavoratore aveva avuto nel corso dei fatti un aumento stipendiale), essendo il demansionamento da rinvenirsi nella riduzione dei compiti di assegnazione, nonché nella perdurante inattività, cui era stato costretto il lavoratore da parte dei vertici aziendali.

—°—

Quanto al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della condotta di mobbing e di demansionamento, il Tribunale di Firenze ha liquidato in favore del lavoratore il danno non patrimoniale, consistito nel danno biologico da inabilità assoluta temporanea nonché da invalidità permanente, accertate all’esito della esperita consulenza medico-legale, nonché nel danno morale, attesa la provata sussistenza di una situazione di particolare sofferenza psichica determinata dalla situazione presente in ambito lavorativo.

Quanto al danno patrimoniale (professionale) da demansionamento il Tribunale di Firenze, richiamando i principi affermati dalle SS.UU. della Corte di Cassazione (sent. 6572/2006), secondo cui è necessaria la allegazione in concreto delle aspettative conseguibili in caso di regolare svolgimento del rapporto di lavoro, potendo l’interesse del lavoratore esaurirsi, senza effetti pregiudizievoli, nella corresponsione del trattamento retributivo quale controprestazione dell’impegno assunto di svolgere l’attività che gli viene richiesta dal datore di lavoro, ha escluso, nella fattispecie in esame, la sussistenza di fatti specifici, da cui desumersi un danno alla professionalità in conseguenza del demansionamento subito, e di qui ha negato al lavoratore, pure dequalificato, il risarcimento del danno professionale.

Avv. Emanuela Manini

Scarica la sentenza

Esercizio contemporaneo di attivita’ lavorative autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione

ESERCIZIO CONTEMPORANEO DI ATTIVITA’ LAVORATIVE AUTONOME ASSOGGETTABILI A DIVERSE FORME DI ASSICURAZIONE PREVIDENZIALE OBBLIGATORIA. GIUDIZIO DI RILEVANZA DELLA LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE DELL’ART. 12, COMMA 11, D.L. N. 78/2010, CONVERTITO IN LEGGE, CON MODIFICAZIONI, DALL’ART. 1, COMMA 1, L. N. 122/2010.

La questione dell’esercizio contemporaneo di attività lavorative autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti (gestione esercenti attività commerciali e gestione separata), risolta dall’art. 12, comma 11, D.L. n. 78/2010, convertito, con modificazioni, in legge n. 122/2010, con norma di interpretazione autentica dell’art. 1, comma 208, L. n. 662/1996, torna alla ribalta con la ordinanza, emessa in data 17/11/2010, dalla Corte di Appello di Genova Sez. Lavoro, di trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, per rilevanza e non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della citata norma, per contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost. in relazione all’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nonché con gli artt. 3, 24 primo comma, 102 e 111 secondo comma, Cost.

Al fine di comprendere i termini della vicenda è necessario ripercorrere le fonti legislative, applicabili alla fattispecie in esame.

Sul punto, l’art. 1, L. 1397/1960, nel testo sostituito dall’art. 1, comma 203, L. n. 662/1996, dispone l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali per i soggetti che siano in possesso dei requisiti, di cui al citato articolo, ovvero titolarità o gestione in proprio di impresa organizzata e/o diretta prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti la famiglia; piena responsabilità dell’impresa; partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza; possesso, ove previsto, di licenza o autorizzazione e/o iscrizione ad albi, registri, ruoli.

L’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995 introduce, a far data dal 1/1/1996, l’obbligo di iscrizione presso una apposita Gestione separata, istituita presso l’Inps, per i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo (di cui all’art. 49, comma 1, TUIR) nonché i titolari di rapporti di collaborzione coordinata e continuativa (di cui all’art. 49, comma 2, lett. a) TUIR) e gli incaricati alla vendita a domicilio.

Da ultimo, l’art. 1, comma 208, L. n. 662/1996 dispone che per il caso di esercizio contemporaneo, anche in un’unica impresa, di varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per invalidità, vecchiaia, superstiti, deve effettuarsi la iscrizione nella assicurazione prevista per l’attività alla quale sia dedicata la opera professionale, in misura prevalente, spettando all’Inps di decidere sulla iscrizione nella assicurazione corrispondente alla predetta attività.

La applicabilità, o meno, di tale ultima norma al caso di esercizio contemporaneo di attività commerciale soggetta alla iscrizione nella gestione artigiani/commercianti nonché di attività per la quale è prevista la iscrizione nella gestione separata, ha dato adito a contrasti giurisprudenziali risolti, da ultimo, con la sentenza n. 340/2010 delle SSUU della Corte di Cassazione, secondo cui al socio di una società a responsabilità limitata che eserciti attività commerciale nell’ambito della medesima, e contemporaneamente, svolga attività di amministratore, anche unico, si applica la regola dell’art. 1, comma 208, L. 662/1996, con la conseguente iscrizione ad una sola gestione previdenziale, secondo il carattere della prevalenza, la cui valutazione è demandata all’Inps.

—°—

A pochi mesi di distanza da tale pronunciamento è entrato in vigore l’art. 12, comma 11, D.L. n. 78/2010 (convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1 comma 1, L. n. 122/2010), secondo cui “L’art. 1, comma 208 della legge 23 dicembre 1996 n. 662 si interpreta nel senso che le attività autonome, per le quali opera il principio dell’assoggettamento all’assicurazione prevista per l’attività prevalente sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti dagli artigiani e dai coltivatori diretti i quali vengono iscritti in una delle corrispondenti gestioni dell’Inps.

Restano, pertanto, esclusi dall’applicazione dell’art. 1, comma 208, legge n. 662/96 i rapporti di lavoro per i quali è obbligatoriamete prevista l’iscrizione alla gestione previdenziale di cui all’art. 2 comma 26, legge 16 agosto 1995 n. 335”.

Pertanto in forza della citata norma, il giudizio di prevalenza, previsto dall’art. 1, comma 208, L. 662/1996 deve ritenersi escluso per i casi di soggetti iscritti contemporaneamente alla gestione commercianti e separata, dovendosi applicare solo per i casi di concorrenza tra attività soggette alla iscrizione nelle gestioni artigiani, commercianti e coltivatori diretti.

—°—

La Corte di Appello di Genova, Sez. Lav., chiamata a risolvere una controversia sulla base dell’art. 12, comma 11, D.L. n. 78/2010, sollevando dubbi sulla legittimità costituzionale della norma, con ordinanza del 17/11/2010 ha investito della questione la Corte Costituzionale, dubitando, in particolare, della sussistenza nel caso dei presupposti per la emanazione di una norma interpretativa di portata retroattiva, cui va ad aggiungersi, a giudizio della Corte di Appello, l’evidente contrasto dell’intervento del legislatore con le attribuzioni proprie dell’attività giudiziaria, se solo si considera che esso è stato realizzato con normativa di urgenza, emanata a pochi mesi di distanza dalla sentenza delle SS.UU della Corte di Cassazione n. 340/2010, di soluzione del conflitto giurisprudenziale, insorto nella materia.

—°—

Stando così le cose, i soggetti che versino nelle condizioni di cui al sopracitato quadro legislativo, potranno allo stato rinviare la regolarizzazione nella gestione previdenziale, dove è svolta la attività in via non prevalente e continuativa, e per il caso di notificazione di avviso di addebito, entro 40 gg. dalla notifica potranno radicare giudizio di opposizione dinanzi al Tribunale, Giudice del Lavoro, territorialmente competente, invocando la sospensione della efficacia dell’avviso, in attesa delle determinazioni della Corte Costituzionale.

Avv. Emanuela Manini

Allegati: ordinanza Corte di Appello 17/11/2010

Scarica ordinanza