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Scatti di anzianità

ANCORA SUGLI SCATTI DI ANZIANITA’ NEI CONTRATTI DI FORMAZIONE E LAVORO. ORDINANZA 21/11/2009 – 28/1/2010 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE DI REMISSIONE DEGLI ATTI AL PRIMO PRESIDENTE PER LA EVENTUALE ASSEGNAZIONE ALLE SEZIONI UNITE. VERSO LA DEFINIZIONE DEL CONTRASTO GIURISPRUDENZIALE.

Con ordinanza, decisa in Camera di Consiglio in data 11/11/2009, depositata in cancelleria in data 28/1/2010, la Corte Suprema di Cassazione ha finalmente preso atto del contrasto giurisprudenziale venutosi a formare in materia di riconoscimento degli scatti di anzianità nei contratti di formazione e lavoro, rimettendo gli atti al Primo Presidente per la eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

La vicenda prende avvio con il ricorso promosso direttamente dinanzi alla Corte di Cassazione da una società di trasporto pubblico cittadino avverso la decisione, assunta dal Tribunale di Torino, di nullità dell’Accordo Nazionale Autoferrotranvieri 24/11/2000 “nella parte in cui esclude il diritto del lavoratore il cui contratto di formazione lavoro sia stato trasformato in contratto a tempo indeterminato di fruire degli aumenti periodici di anzianità con riferimento all’anzianità di servizio maturata con riguardo al periodo del contratto di formazione e lavoro”.

La Corte di Cassazione, investita della questione, rilevando come la controversia si incentri sulla “sussistenza o meno di un contrasto tra una norma di legge e una previsione della contrattazione collettiva”, ha ripercorso l’iter della giurisprudenza di legittimità in materia, muovendo dalla prima pronuncia della Corte (Cass 18/8/2004 – 10961) nell’ambito della quale era affermato il principio di diritto, secondo cui “la distinzione non trova fondamento nel testo normativo ove si richiama tout court l’anzianità di servizio, senza acun riferimento alle fonti che ne regolano gli effetti. La tassativa disposizione di legge non offre spazio a distinzioni estranee al testo pur se gli scatti di anzianità ed i passaggi automatici alle classi stipendiali in funzione dell’anzianità trovano la loro fonte della contrattazione collettiva. Invero il testo normativo pone chiaramente un limite anche alla contrattazione collettiva dal momento che non si vede come potrebbe soddisfare la regola del computo del periodo di formazione nell’attività di servizio un accordo, sia pure intervenuto nell’ambito di una trattativa a livello sindacale, che ne escluda la valutazione ai fini del conseguimento dei vantaggi riconosciuti alla generalità dei dipendenti in funzione del decorso del tempo di prestazione del lavoro subordinato”.

Tale decisione era confermata dalle successive sentenze 13309/2000, 14112/2001, 3781/2003, 13265/2007, 1232/2008, 15893/2007, 24033/2007.

Invero tale indirizzo interpretativo viene confermato dalla Corte anche nell’ambito del giudizio pendente, non essendo stati forniti dalla società ricorrente argomenti di confutazione diversi da quelli già esaminati e disattesi, dovendosi per l’effetto ritenere, a suo giudizio, “che la contrattazione collettiva non possa derogare alla legge in materia di anzianità di servizio, neanche quando la deroga concerna istituti di origine contrattuale, per il chiaro disposto della L. 863 del 1984, art. 3, comma 5…”.

Nondimeno, prende atto la Corte di Cassazione di alcune recenti sentenze (112306, 11650, 11839 del 2009) “partite per modificare il consolidato orientamento prima illustrato”, le quali hanno affermato il principio di diritto, secondo cui “non si pone in contrasto con la normativa imperativa di cui all L. 863 del 1984, art. 3, comma 5, il contratto collettivo che, nel disciplinare gli aumenti retributivi periodici, esclude l’utile computo del periodo di formazione e lavoro, siccome la disposizione non nega l’anzianità di servizio stabilita dalla legge, ma si limita a prevedere una decurtazione retributiva per i dipendenti che hanno dato un apporto ridotto alla produttività aziendale a causa della specificità del rapporto di formazione e lavoro”.

Di qui, a fronte della modifica di orientamento, la Corte ha ritenuto, condivisibilmente, di rimettere gli atti al Presidente del Supremo Collegio, in vista della eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, al fine di dirimere il contrasto giurisprudenziale.

Non resta dunque che attendere la pronuncia delle Sezioni Unite, affinché possa porsi la parola fine alla questione degli scatti di anzianità nei contratti di formazione e lavoro.

Avv. Emanuela Manini

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licenziamento del lavoratore

LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE PER RITENUTA IMPOSSIBILITA’ SOPRAVVENUTA DELLA PRESTAZIONE DI LAVORO. IMPUGNAZIONE DEL LICENZIAMENTO CON LA PROCEDURA DELL’ART. 700 CPC. CONDANNA DELLA SOCIETA’ CONVENUTA ALLA REINTEGRAZIONE DEL LAVORATORE ED AL PAGAMENTO DELLE MENSILITA’ ARRETRATE. COMMENTO ALLA ORDINANZA 1/4/2010 DEL TRIBUNALE DI PISTOIA, SEZ. LAVORO.

Il Tribunale di Pistoia Sez. Lav., con la recentissima ordinanza del 1/4/2010, pronunciata nell’ambito di un ricorso, ex art. 700 cpc, promossa da un dipendente di Trenitalia Spa, assistito dall’Avv. Emanuela Manini, avverso la predetta società, a seguito della intimazione di un licenziamento per ritenuta inidoneità sopravvenuta della prestazione lavorativa, in accoglimento del ricorso, ha ordinato alla società la immediata reintegrazione del lavoratore, nonché ha disposto la condanna di quella al pagamento delle mensilità maturate a far data dal licenziamento fino alla effettiva reintegrazione in servizio, oltre rivalutazione monetaria, interessi di legge e spese del procedimento.

La vicenda prende avvio a seguito della rivendicazione mossa da un lavoratore, riconosciuto dipendente di Trenitalia Spa a fronte della accertata violazione della legislazione in materia di divieto di intermediazione di manodopera, ad essere immesso nei ruoli aziendali, e nel profilo professionale di appartenenza.

Per parte sua Trenitalia Spa, in vista della reintegrazione nella postazione lavorativa, sottoponeva il lavoratore a visita medica al fine di valutare, la idoneità fisica del dipendente all’espletamento delle mansioni, proprie del profilo professionale di inquadramento.

All’esito della predetta visita Trenitalia Spa, alla luce del giudizio sanitario, di accertamento della sopravvenuta impossibilità alla prestazione lavorativa, escludendo la utilizzabilità del dipendente in altra attività all’interno della società, risolveva il rapporto di lavoro, con effetto immediato, per giustificato motivo, ai sensi dell’art 3 L. 1966/604.

A seguito dell’intimato licenziamento, il lavoratore radicava ricorso giudiziario ex art. 700 cpc, invocando la immediata reintegrazione nel posto di lavoro, previa declaratoria di illegittimità dell’atto risolutorio del rapporto di lavoro, nonché la condanna della società convenuta alla corresponsione in suo favore di tutte le mensilità maturate e maturande a far data dalla intimazione di licenziamento fino alla effettiva reintegrazione, oltre rivalutazione monetaria, interessi legali, e spese del procedimento.

Costituitasi ritualmente in giudizio, Trenitalia Spa resisteva alla domanda, invocando la inammissibilità e/o improponibilità del ricorso, ovvero, nel merito, la sua reiezione.

Ammessa CTU medico legale sulla persona del lavoratore, all’esito della fase istruttoria, il Tribunale adito accoglieva la domanda cautelare proposta, condannando altresì Trenitalia Spa al pagamento delle mensilità maturate dalla data di intimazione del licenziamento fino alla effettiva reintegrazione in servizio, oltre rivalutazione ed interessi e spese del procedimento.

In particolare, osservava l’organo giudicante, sotto il profilo del “fumus boni iuris”, che la consulenza tecnica medico legale avesse accertato la parziale idoneità del lavoratore alle mansioni proprie del profilo di appartenenza (ausiliario), di talché costituiva dovere della società datrice di lavoro impiegare il lavoratore in mansioni equivalenti, anche alla luce del costante orientamento giurisprudenziale (Cass. Civ. Sez. Lav. 15500/2009) secondo cui “in caso di sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, non si realizza un’impossibilità della prestazione lavorativa quale giustificato motivo oggettivo di recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato (art. 1 e 3 L. n. 604 del 1966 e art. 1463 e 1464 cc), qualora il lavoratore possa essere adibito a mansioni equivalenti o, se impossibile, anche a mansioni inferiori, purché da un lato tale diversa attività sia utilizzabile nell’impresa, secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore, e dall’altro, l’adeguamento sia sorretto dal consenso, nonché dall’interesse dello stesso lavoratore”.

Quanto al “periculum in mora”, il Tribunale di Pistoia ne ammetteva la sussistenza, “tenuto conto del fatto che lo svolgimento dell’attività lavorativa, oltre a rappresentare la fonte dei mezzi di sostentamento del lavoratore, costituisce mezzo di esplicazione della sua personalità”, con la conseguente irrilevanza del carattere patrimoniale della pretesa economica alla retribuzione, attesa la “idoneità della reintegrazione per equivalente a neutralizzare gli effetti del decorso del tempo occorrente allo svolgimento del processo ordinario”.

Di qui, il pieno accoglimento delle domande del lavoratore.

Avv. Emanuela Manini

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