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Lavoratori autonomi

EM/mg commento lavoratori autonomi cumulo contributi versati nelle gestioni speciali del lavoro autonomo (artigiani e commercianti) modalità calcolo pensione ai sensi dell’art. 16 L n. 233.90

LAVORATORI AUTONOMI CUMULO DI CONTRIBUTI VERSATI NELLE GESTIONI SPECIALI DEL LAVORO AUTONOMO (ARTIGIANI E COMMERCIANTI). MODALITA’ DI CALCOLO PER QUOTE DELLA PENSIONE, AI SENSI DELL’ART. 16 L. n. 233/1990.

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Si presenta con frequenza il caso di lavoratori che vantino contribuzione versata nelle gestioni speciali del lavoro autonomo (artigiani e commercianti), i quali, approssimandosi la liquidazione del trattamento pensionistico, chiedono di conoscere le modalità di calcolo della pensione che tenga conto dei periodi di iscrizione nelle varie gestioni.

La materia del cumulo dei periodi assicurativi è disciplinata dall’art. 16 L. 233/1990, il quale, al primo comma, lett. A) prevede che per i lavoratori che liquidano la pensione in una delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi (commercianti ed artigiani) con il cumulo dei contributi versati nelle medesime gestioni, l’importo della pensione è determinato dalla somma “della quota di pensione calcolata, ai sensi degli articoli 5 e 8, sulla base dei periodi di iscrizione alle rispettive gestioni”.

Il successivo comma 2, dispone che “gli oneri relativi alle quote di pensione di cui al comma 1 sono a carico delle rispettive gestioni assicurative”.

La Corte di Cassazione ha avuto più volte modo di affermare che il riferimento alla “quota” di pensione contenuto nella lettera a) dell’art. 16 vada letto nel contesto dell’articolo e collegato all’altra espressione “rispettive gestioni”, per cui ciascuna parte del complessivo trattamento va determinata in relazione ai periodi di iscrizione alle singole gestioni (v.di per tutte Corte di Cass., sent. 1891/2000).

Sul punto si è pronunciata, da ultimo, la Corte Costituzionale la quale, investita dal Tribunale di Genova, Sez. Lav., della questione di legittimità costituzionale dell’art. 16, comma 1, lett. A) L. 233/1990, sull’assunto, sostenuto dal giudice rimettente, che la norma censurata, nel disporre il cumulo dei contributi versati nelle gestioni commercianti ed artigiani ai fini della liquidazione della pensione, determina una riduzione del trattamento pensionistico rispetto a quello che sarebbe spettato, ai sensi dell’art. 5 della stessa legge 233/1990, qualora tutti i contributi fossero stati versati in un’unica gestione previdenziale, con sentenza n. 325/2003 ha dichiarato non fondata la sollevata questione di legittimità costituzionale, rilevando che “la diversità del trattamento conseguente all’applicazione del sistema del pro-rata rispetto a quello previsto per i lavoratori che versino ininterrottamente contributi in un’unica gestione si giustifica in ragione dell’esistenza di due diverse gestioni previdenziali per gli artigiani e per gli esercenti attività commerciali, rispondendo all’esigenza di preservarne gli equilibri finanziari, senza far ricadere su di esse un onere più gravoso di quello che si sarebbe realizzato in assenza di cumulo”.

Né varrebbe dire che la norma sul cumulo dei contributi e la disciplina di computo per quote della pensione, di cui al cit. art, 16, sia stata abrogata o derogata dall’art. 71 L. 388/2000 (in seguito, sostituita dal dlgs 42/2006) in materia di totalizzazione dei periodi assicurativi, atteso che la tecnica della totalizzazione dei contributi costituisce un rimedio che trova applicazione per il caso di lavoratore che non abbia maturato il diritto a pensione in alcuna delle forme pensionistiche a carico dell’AGO e delle forme sostitutive, esclusiva ed esonerativa della medesima, e non già ove in uno stesso sistema pensionistico sia già prevista una disciplina di cumulo e totalizzazione dei contributi versati nelle varie gestioni, quale quella dell’art. 16 L. 233/1990 ai fini della liquidazione della prestazione pensionistica.

In conclusione, ai lavoratori che versino nelle condizioni sopra citate dovrà essere prospettato che all’atto del raggiungimento dei requisiti per il diritto a pensione sarà proceduto dall’ente previdenziale alla erogazione del trattamento pensionistico, in applicazione del sistema “pro rata”, che terrà conto della contribuzione versata nelle rispettive gestioni (artigiani e commercianti), e non già facendo luogo alla media dei redditi degli ultimi dieci anni con un’unica anzianità complessiva, quale modalità di calcolo riconosciuta a chi sia rimasto iscritto, nel corso della vita lavorativa, ad un’unica gestione speciale.

Avv. Emanuela Manini

Commento Sentenza n. 2734-2010 Corte di Cassazione

EM/mg commento sentenza n. 2734-2010 corte di cassazione sez. lav. IMPRESA CHE ABBIA FATTO RICORSO ALLA CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI STRAORDINARIA (CIGS) E SUCCESSIVAMENTE ALLA MESSA IN MOBILITA DEI LAVORATORI IN ESUBERO. INAPPLICABILITA’ DELL’ART. 24, L. N. 223/1991, LADDOVE FISSA IL REQUISITO NUMERICO DI CINQUE LICENZIAMENTI IN 120 GG. PER UNITA’ PRODUTTIVA ALLA IMPRESA CHE ABBIA FATTO RICORSO ALLA CIGS ED ALLA MOBILITA’. BREVE COMMENTO ALLA SENTENZA N. 2734/2010 DELLA CORTE DI CASSAZIONE SEZ. LAV. Con sentenza n. 2734/2010, la Corte di Cassazione, Sez. Lav. ha accolto il ricorso promosso da una società avverso la sentenza n. 1526/2005 della Corte di Appello di Firenze, Sez. Lav., statuendo il principio di diritto secondo cui l’impresa che abbia fatto ricorso alla CIGS ed alla mobilità non è tenuta all’atto di intimazione del licenziamento collettivo dei lavoratori, ritenuti in esubero, al rispetto del requisito numerico dei cinque licenziamenti nell’arco di 120 gg. per unità produttiva, potendo procedere al licenziamento di un numero minore di dipendenti (e finanché di un solo dipendente). La vicenda prende avvio dal ricorso promosso da un lavoratore dinanzi al Tribunale di Pisa, Sez. Lav., volto ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento collettivo intimatogli all’esito di una procedura di mobilità, conclusasi con il solo licenziamento del ricorrente. Il Tribunale di Pisa, Sez. Lav., respingeva il ricorso promosso dal lavoratore, rilevando che questi non aveva contestato la procedura di mobilità, né la individuazione dei criteri di scelta, bensì solo la circostanza che l’azienda non aveva assolto compiutamente l’impegno di ricollocare i lavoratori sospesi facendo luogo all’unico licenziamento del ricorrente. Sotto quest’ultimo aspetto, il Tribunale adito, ritenendo corretto l’inter procedurale seguito dalla società nell’ambito dell’atto risolutorio del rapporto di lavoro, proprio del ricorrente, ne dichiarava la legittimità. La Corte di Appello di Firenze, Sez. Lav., adita dal lavoratore, riformava la decisione in primo grado, dichiarando la illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore, ordinando alla società datrice di lavoro la immediata reintegrazione nel posto di lavoro. La società presentava quindi ricorso in Cassazione, sostenendo di avere attivato una procedura di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) seguita da una messa in mobilità e quindi, senza soluzione di continuità, da una procedura di licenziamento collettivo. In tale contesto, pertanto, sosteneva la società ricorrente, deve escludersi la applicabilità dell’art. 24 L. n. 223/1991, in materia di requisito numerico di cinque licenziamenti nei 120 gg. per unità produttiva, poiché il citato art. 24 non richiama l’art. 4, comma 1, disciplinante il caso di impresa ammessa al trattamento di CIGS e di mobilità, e, dunque, non si applica ai licenziamenti a seguito di mobilità. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla società ricorrente, confermando le statuizioni contenute nella sentenza di primo grado in punto di legittimità del licenziamento, intimato all’unico lavoratore, senza il rispetto del limite di cinque, indicato dalla norma. In proposito, è dato leggere nella parte motivazionale della citata sentenza: “La norma di cui all’art. 24 attiene a quelle imprese le quali, senza una preventiva procedura di CIGS e/o di mobilità, addivengano alla decisione di ridurre il personale. Sulla scorta della sentenza di questa Corte di Cassazione n. 17384.2003, va osservato che il legislatore – come è fatto riconosciuto dalla maggioranza della dottrina se pure con accenti problematici – ha inteso disciplinare in modo sicuramente diverso l’ipotesi di “licenziamento collettivo per riduzione di personale ex art. 24” rispetto a quella di “licenziamento collettivo post mobilità ex art. 4” richiamando espressamente all’articolo 24 “le disposizioni di cui all’art. 4, commi da 2 a 12 e all’art. 15 bis, e all’art. 5 commi da 1 a 5” e, quindi, NON richiamando l’articolo 4, comma 1 – unico comma che si riporta al precedente articolo 1 con l’individuazione del requisito dimensionale previsto, pertanto, esclusivamente per l’ipotesi di “licenziamento ex articolo 4” e non per quella di “licenziamento ex articolo 20”. In definitiva, la Suprema Corte, prendendo posizione sulla questione della procedura da seguire in materia di licenziamento collettivo e licenziamento a seguito di mobilità, ammette la inapplicabilità dell’art. 24 cit. al licenziamento in esito a CIGS e messa in mobilità, con conseguente facoltà per il datore di lavoro di procedere, in tale caso, all’allontanamento anche di un solo dipendente.

Avv. Emanuela Manini

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Congedo in favore del familiare in situazione di disabilità

EM/mg commento diritto al congedo art. 33L 104.1992

DIRITTO AL CONGEDO, DI CUI ALL’ART. 33L 104/1992, ART. 42, COMMA 5, DLGS 151/2001, IN FAVORE DEL FAMILIARE IN SITUAZIONE DI DISABILITA’ GRAVE. LAVORATORE CHE RISIEDE O LAVORI IN LUOGHI DISTANTI DA QUELLO IN CUI RISIEDE LA PERSONA CON GRAVE DISABILITA’ (ad es. personale di volo delle linee aeree, personale viaggiante delle ferrovie o dai marittimi) BREVI CONSIDERAZIONI SULLA CONCESSIONE DEI BENEFICI IN QUESTIONE.

Costituisce tema di costante attualità a fronte della richiesta da parte di lavoratori dipendenti del settore privato al proprio datore di lavoro di concessione di permessi – congedi al fine di assistere persona in situazione di grave disabilità, quali siano le attuali prassi operative seguite dal datore di lavoro all’atto di concedere o meno i benefici.

A tale proposito, occorre precisare che l’Inps, al cui carico è posto l’onere finanziario dei benefici in questione, all’atto in cui pervenga al medesimo la richiesta da parte del lavoratore di emissione del provvedimento di riconoscimento del diritto alla fruizione dei permessi, compie una verifica preventiva generale sulla conformità della richiesta al dettato legislativo, a presidio della correttezza della erogazione economica, e tuttavia l’Istituto previdenziale non interviene sulla concessione specifica dei permessi, rientrante esclusivamente nella gestione del singolo rapporto di lavoro.

E’, dunque, il datore di lavoro, il destinatario dell’obbligo di concessione dei giorni di permesso e congedo straordinario a favore del lavoratore che assista la persona con grave disabilità (v.di per tutte, Cass. Civ. Sez. Lav. 175/2005, circolare Inps n. 53/2008).

Quanto ai criteri che il datore di lavoro è chiamato a seguire all’atto di verifica in concreto dei requisiti di legge per la concessione dei citati permessi/congedi, sulla base di consolidati orientamenti giurisprudenziali, essi possono essere così indicati.

1) Hanno titolo a fruire dei benefici di legge, secondo un ordine di priorità, il coniuge convivente del disabile, genitori (seppure a determinate condizioni) fratelli o sorelle conviventi (anch’essi a determinate condizioni) figlio/a convivente, salva la facoltà per il portatore di handicap di effettuare la scelta su chi, all’interno della famiglia, debba prestare l’assistenza.

2) Tale assistenza non deve essere necessariamente quotidiana, purché assuma i caratteri della sistematicità ed adeguatezza rispetto alle concrete esigenze della persona disabile.

3) I benefici previsti dalla legge debbono essere concessi altresì a quei lavoratori, i quali, pure risiedendo o lavorando in luoghi anche distanti da quello in cui risiede la persona disabile (si pensi al caso del personale di volo, ovvero al personale viaggiante delle ferrovie o dei marittimi), siano in grado di offrire alla stessa una assistenza sistematica ed adeguata, anche attraverso la redazione di un “programma di assistenza”, sottoscritto dal lavoratore richiedente e dalla persona disabile che invochi l’assistenza (ovvero dal suo amministratore di sostegno o tutore legale).

4) Il requisito di esclusività della assistenza (che pure non è contenuto nella lettera dell’art. 33 L. 104/1992) deve essere intepretato nel senso che essa è compatibile con qualsiasi forma di assistenza pubblica o privata, ed anche con la presenza di personale badante, con esclusione del caso di ricovero in struttura a tempo pieno (in tal senso Cass. Civ. Sez. Lav. 13481/2004, 2003/7701; Corte Cost. 325/1996M; circolare Inps 90/2007).

Pertanto, è alla luce dei sopra citati criteri che il datore di lavoro dovrà verificare in concreto la sussistenza dei presupposti di legge per la concessione dei benefici richiesti, rispetto alla quale non ha alcuna ulteriore discrezionalità, al di là della verifica della sussistenza dei requisiti di legge.

Avv. Emanuela Manini