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Circolare n. 118 del 25/11/2009

EM/mg commento circolare inps 118 del 25.11.09

Diritto del padre ai riposi giornalieri per il caso di madre casalinga, ai sensi dell’art. 40, lett. C., Dlgs 151/2001.

Sentenza n. 4293/2008 del Consiglio di Stato, Sez. VI, e recepimento dall’Inps dei suoi contenuti  con circolari n. 112/2009 e 118/2009.

Con circolare n. 118 del 25/11/2009 l’Inps torna ancora sul tema del diritto del padre lavoratore dipendente ai riposi giornalieri in caso di madre casalinga, ampliandone la portata e gli ambiti di applicazione.

Come noto, la vicenda prende avvio dalla sentenza n. 4293 del 9/9/2008, pronunciata dal Consiglio di Stato, Sez. VI, il quale, interpretando estensivamente la norma dell’art. 40, lett. C. dlgs 151/2001 (testo unico sulla maternità/paternità), la quale dispone che il padre lavoratore dipendente possa fruire di riposi giornalieri “nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente”, ha chiarito che la ratio della norma in esame induce a ritenere la ammissibilità della fruizione di riposi giornalieri da parte del padre dipendente anche nel caso di madre casalinga, da considerarsi alla stregua di una “lavoratrice non dipendente”, la quale tuttavia sia “impegnata in attività che la distolgano dalla cura del neonato” (ad es. accertamenti sanitari, partecipazione a pubblici concorsi, cure mediche e altre simili).

Per parte sua, l’Inps, con circolare n. 112 del 15/10/2009, recependo la interpretazione estensiva della norma, fatta propria dal Consiglio di Stato, ha superato la propria posizione restrittiva, volta a ritenere che per madre “lavoratrice non dipendente” dovesse intendersi la madre “lavoratrice autonoma (artigiana, commerciante, coltivatrice diretta e colona, imprenditrice agricola, parasubordinata, libera professionista) avente diritto ad un trattamento economico di maternità a carico dell’istituto o di altro ente previdenziale”, estendendo il beneficio della fruizione di riposi giornalieri da parte del padre lavoratore dipendente (nei limiti di due ore o di un’ora al giorno a seconda dell’orario giornaliero di lavoro, entro il primo anno di vita del bambino o entro il primo anno dall’ingresso in famiglia del minore adottato o affidato) al caso di madre casalinga che sia impossibilitata alla cura del neonato per comprovate ragioni (opportunamente documentate).

Da ultimo, l’Inps, con circolare n. 118 del 25/11/2009, recependo la circolare C/2009 del 16/11/2009, emanata dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle politiche sociali nonché ampliando la posizione precedentemente assunta, ha riconosciuto il diritto del padre a fruire di riposi giornalieri (ai sensi dell’art. 40 TU 151/2001) nel caso di madre casalinga “senza eccezioni ed indipendentemente dalla sussistenza di comprovate situazioni che determinano l’oggettiva impossibilità della madre stessa di accudire il bambino”.

Pertanto, il padre lavoratore dipendente potrà sempre fruire di riposi giornalieri per il caso di madre casalinga, indipendenmente da situazioni di comprovata oggettiva impossibilità per quest’ultima di accudire il bambino.

Avv. Emanuela Manini

circolare Inps n. 112/2009;

circolare Inps n. 118/2009.

Licenziamento collettivo

EM/mg articolo licenziamento collettivo

LICENZIAMENTO COLLETTIVO, INTIMATO ALL’ESITO DI PROCEDURA DI MOBILITA’, EX LEGE 223/1991. LIMITI DEL CONTROLLO GIUDIZIARIO IN ORDINE ALLA OSSERVANZA DELLA PROCEDURA LEGISLATIVA IN MATERIA DI RIDUZIONE DEL PERSONALE. DEVOLUZIONE DEL CONTROLLO DI LEGITTIMITA’ DELLA PROCEDURA, EX ANTE , ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI. BREVE COMMENTO ALLA SENTENZA N. 22824 DEL 28/10/2009 DELLA CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. LAV.

La recentissima sentenza n. 22824 del 28/10/2009, pronunciata dalla Corte di Cassazione, sez. lav. in tema di risoluzione del rapporto di lavoro a seguito di intimazione di licenziamento collettivo consolida un orientamento volto a devolvere il controllo del procedimento di messa in mobilità/licenziamento collettivo, intrapreso dal datore di lavoro, alle organizzazioni sindacali, destinatarie di incisivi poteri di informazione e consultazione, con la conseguenza che il controllo devoluto al giudice in sede contenziosa non riguarda più gli specifici motivi posti a base della riduzione di personale (a diffferenza di quanto accade in relazione ai licenziamenti per giustificato motivo oggettivo) bensì la correttezza procedurale della operazione.

Naturalmente, prosegue la Cassazione, potrà costituire oggetto di controllo giudiziario l’adempimento (o meno) dell’obbligo per l’impresa di trattare in buona fede e di fornire specifica informazione, preventiva ed in corso di procedura, nonché motivazione delle scelte, con un comportamento che deve essere ispirato a piena lealtà nel corso dell’intero procedimento.

Resta inteso che il conseguimento di un accordo con le organizzazioni sindacali non sana eventuali vizi da cui può risultare affetta la procedura e, tuttavia, l’accordo raggiunto può assumere rilevanza, nella fase giudiziale, nel senso di ritenere adempiuto da parte del datore di lavoro l’obbligo di adempimento degli specifici doveri (di informazione e di motivazione delle scelte) sul medesimo gravanti.

Tale inaugurato orientamento giurisprudenziale, volto ad esaltare il potere di controllo, ex ante, delle organizzazioni sindacali, nonché a ridurre il potere di controllo ex post dell’organo giudicante, deve indurre gli organismi sindacali ad apprestare una elevata attenzione alla rigorosa osservanza della procedura la quale, a seguito del conseguimento dell’accordo sindacale, potrebbe acquisire un crisma di legalità, sottratto al controllo giudiziario.

Resta ferma la sindacalità in fase giudiziale dei criteri di scelta nella individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità, previsti dai contratti collettivi stipulati con i sindacati, ai sensi dell’art. 4, comma 2, L. 223/1191, ovvero, in mancanza di criteri contrattuali, dei criteri legali (carichi di famiglia, anzianità, esigenze tecnico produttive ed organizzative) in concorso tra loro.

Avv. Emanuela Manini

commento sent. n. 24091-09 Corte di Cassazione

EM/mg commento su sent. n. 24091-09 corte di cassazione licenziamento del lavoratore invalido e illegittimità del licenziamento

LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE INVALIDO, CHE SIA DIVENUTO INIDONEO ALLE MANSIONI DI ASSEGNAZIONE.

ILLEGITTIMITA’ DEL LICENZIAMENTO INTIMATO DAL DATORE DI LAVORO. COMMENTO A SENTENZA N. 24091/2009 DELLA CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. LAV.

La Corte di Cassazione, Sez. Lav., con una recentissima ed innovativa sentenza n. 24091/2009 si è pronunciata sul ricorso, radicato da un lavoratore il quale, a fronte della accertata sopravvenuta incompatibilità delle mansioni, già assegnate dal datore di lavoro, con il proprio stato di salute, era stato da questi licenziato, attesa la incollabilità del lavoratore in altre mansioni, compatibili con le nuove condizioni fisiche.

Sul punto, numerosi precedenti giurisprudenziali di legittimità (ed anche di merito) si sono espressi nel senso della declaratoria di illegittimità del licenziamento del lavoratore, che sia divenuto inidoneo allo svolgimento delle mansioni di assegnazione da parte del datore di lavoro, per il caso in cui il licenziamento non sia stato preceduto dalla prova, da parte di quest’ultimo, della impossibilità di assegnare il lavoratore a mansioni adatte alle sue condizioni fisiche o comunque a mansioni equivalenti a quelle del profilo di appartenenza.

A ciò, ha precisato ancora la giurisprudenza, va ad aggiungersi che il divieto di adibire il lavoratore a mansioni inferiori, posto dall’art. 2103 cc. nell’interesse esclusivo del medesimo, non opera quando egli chieda ed accetti il mutamento in peggio delle mansioni al fine di evitare il licenziamento che sia comunque giustificato (cd patto dequalificatorio).

Ebbene, a fronte di tale consolidato quadro giurisprudenziale, la sopra citata sentenza della Corte di Cassazione, nell’accogliere il ricorso del lavoratore, invalido civile, spingendosi oltre tale orientamento garantista, ha stabilito che il datore di lavoro, pure non essendo tenuto a modificare od adeguare la propria organizzazione di lavoro alle condizioni di salute del lavoratore, tuttavia è obbligato a reperire in azienda posti compatibili e, se ritenuto di necessità al fine di salvaguardare il posto dell’invalido, alla redistribuzione degli incarichi tra i lavoratori già in servizio, a nulla valendo sostenere la completezza dell’organico aziendale.

Solo quando tale concreta possibilità di redistribuzione dei posti di lavoro tra i dipendenti in forza in azienda si riveli di impossibile realizzazione potrà essere proceduto dal datore di lavoro al licenziamento del lavoratore inabile.

Di qui, a seguito della declaratoria di illegittimità dell’intimato licenziamento da parte della Corte di Cassazione, il lavoratore è stato reintegrato nel posto di lavoro, ed ha conseguito il diritto alla corresponsione in suo favore delle retribuzioni arretrate, maturate dalla data della illegittima risoluzione del rapporto di lavoro alla effettiva reintegrazione.

Avv. Emanuela Manini