Illegittimità della sanzione disciplinare inflitta ad un dipendente di Trenitalia Spa

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Licenziamento disciplinare e rifiuto di condurre il treno con modalità ad agente unico

Licenziamento disciplinare di un dipendente di Trenitalia Spa, intimato a seguito del reiterato rifiuto del lavoratore a condurre il treno con modalità “ad agente unico”. Declaratoria di illegittimità del licenziamento ed ordine Leggi tutto »

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Illegittimità della sanzione disciplinare inflitta ad un dipendente di Trenitalia Spa

Illegittimità della sanzione disciplinare inflitta ad un dipendente di Trenitalia Spa per omessa effettuazione della condotta nella giornata di sciopero. Tardiva affissione dei treni garantiti. Breve commento alla sentenza n. 4276/2016 del 30/9/2016 della Corte di Appello di Roma, sez. lav.

Con sentenza n. 4276/2016 del 30/9/2016 la Corte di Appello di Roma sez. lav., adita da un macchinista avverso Trenitalia Spa, accogliendo le ragioni del lavoratore, ha dichiarato la illegittimità della sanzione disciplinare inflitta al dipendente, pari a giorni due di sospensione dal servizio e dalla retribuzione.

In proposito, con ricorso dinanzi al Tribunale di Roma, sez. lav., Trentalia Spa conveniva in giudizio un macchinista deducendo che questi nella giornata di sciopero, pure essendo comandato alla effettuazione della condotta di treni garantiti, aveva omesso la prestazione lavorativa, e per l’effetto la società aveva inflitto la sanzione disciplinare pari a giorni due di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, di cui aveva invocato in sede giudiziale la declaratoria di legittimità.

Il lavoratore, patrocinato dall’Avv. Emanuela Manini, si costituiva in giudizio, ritenendo corretto il proprio operato, in considerazione del fatto che le comandate erano state affisse da Trenitalia Spa il giorno antecedente lo sciopero, e di cui il lavoratore non aveva avuto conoscenza, essendo questi stato ammesso a fruire nella giornata di affissione di riposo settimanale.

Poiché il Tribunale di Roma, sez. lav., accoglieva il ricorso di Trenitalia Spa, il lavoratore impugnava la sentenza dinanzi alla Corte di Appello di Roma, sez. lav., invocandone la riforma.

Si costituiva nel giudizio Trenitalia Spa, chiedendo il rigetto del ricorso in appello.

La Corte di Appello di Roma ha dichiarato la fondatezza dell’appello, promosso dal dipendente, così argomentando:

“Ciò posto, si rileva che la modalità generalmente utilizzata da Trenitalia per rendere noti i treni garantiti nelle giornate di agitazione sindacale e, quindi i lavoratori ad essi adibiti è costituita dall’affissione dell’orario in azienda, ciò è confermato dalla stessa società appellata che nella memoria difensiva in appello al punto “23” deduce: “la comunicazione di comando, non essendo prevista alcuna forma ad substantiam, avviene attraverso l’affissione di un apposito elenco dei treni da garantire”. Nel caso in esame è circostanza pacifica poiché dedotta da entrambe le parti che in data 28 gennaio 2011 e, quindi, il giorno prima dell’agitazione sindacale sia stato affisso presso la sede di Firenze l’elenco dei treni garantiti titolato appunto: “Treni che costituiscono la garanzia minima dei diritti degli utenti durante lo sciopero proclamato da Orsa Segreteria Nazionale Trenitalia Spa PDM e PDB dalle ore 21.00 del 29 gennaio alle ore 21 del 30 gennaio…” e recante la dicitura “Comandato ad effettuare detti treni è il personale normalmente previsto nei turni.

E’, altresì, pacifico che il giorno 28 gennaio 2011 il lavoratore era assente dal posto di lavoro poiché stava fruendo del riposo settimanale, pertanto, non trovandosi in loco non aveva avuto modo di conoscere la comandata resa tramite affissione. Né tanto meno può ritenersi – come, invece, sostenuto dal primo giudice – che, durante la giornata di riposo, gravasse sul lavoratore un onere dettato da buona fede e correttezza di informarsi riguardo ai treni garantiti. Infatti, fuori dall’orario lavorativo, i lavoratori non sono tenuti all’adempimento di prestazioni connesse all’attività lavorativa. Ebbene, l’affissione dell’orario contenente l’indicazione dei treni garantiti è la modalità adottata per prassi dall’azienda per comunicare ai lavoratori le comandate, tuttavia, nel caso in esame tale affissione (avvenuta solamente il giorno prima dell’agitazione sindacale) è del tutto intempestiva in considerazione del fatto che il personale dei treni è ammesso, come noto, a fruire di riposi anche di settantadue ore; pertanto, affinchè i lavoratori possano essere informati adeguatamente dei comandi, l’orario deve essere reso noto in tempo congruo ovvero almeno tre giorni prima della giornata prevista per l’agitazione sindacale”.

Di qui, poiché era da escludere che il lavoratore avesse contravvenuto all’obbligo di rispettare i turni di servizio (artt. 51 e 55 CCNL Attività Ferroviaria) la sanzione disciplinare inflitta da Trenitalia Spa era da considerarsi illegittima.

Avv. Emanuela Manini

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Licenziamento disciplinare e rifiuto di condurre il treno con modalità ad agente unico

Licenziamento disciplinare di un dipendente di Trenitalia Spa, intimato a seguito del reiterato rifiuto del lavoratore a condurre il treno con modalità “ad agente unico”. Declaratoria di illegittimità del licenziamento ed ordine di reintegra del lavoratore per insussistenza giuridica del fatto contestato. Breve commento alla sentenza n. 320/2016 del 19/7/2016, pronunciata dalla Corte di Appello di Genova, sez. lav.

Si segnala la interessante sentenza n. 320/2016, pubblicata il 19/7/2016, della Corte di Appello di Genova sez. lav., chiamata a pronunciarsi in una controversia avente ad oggetto il licenziamento disciplinare, intimato da Trenitalia Spa ad un macchinista, a seguito del rifiuto di quest’ultimo di condurre il treno con modalità ad agente unico.

Dichiarata la illegittimità del licenziamento dal Tribunale di Genova sia nella prima fase che in quella di opposizione, la Corte di Appello di Genova, sez. lav., è stata investita della controversia in sede di reclamo da Trenitalia Spa, la quale ha invocato la declaratoria di illegittimità del licenziamento e per l’effetto la riforma della sentenza confermativa della ordinanza resa nella fase sommaria.

La adita Corte di Appello, nel rigettare il ricorso promosso da Trenitalia Spa, ha ripercorso i ragionamenti seguiti dal Tribunale nelle precedenti fasi, offrendo interessanti spunti di riflessione.

In proposito, i fatti, oggetto di causa, non erano in contestazione, trattandosi unicamente di stabilire se il rifiuto del macchinista alla condotta del treno, con equipaggio composto da un macchinista e da un tecnico polifunzionale deputato ad attività di supporto ma senza abilitazione alla condotta (modulo di condotta ad agente unico) fosse giustificato dal dedotto inadempimento da parte di Trenitalia Spa rispetto alle obbligazioni di sicurezza (art. 2087 cc., art. 45 dlgs n. 81/2008 “Pronto Soccorso”, Decreti ministeriali 388/2003, 19/2011) e se , per l’effetto, il ricorrente potesse invocare l’eccezione di inadempimento, di cui all’art. 1460 cc.

A sostegno della propria decisione di dichiarare illegittimo il licenziamento disciplinare, intimato al lavoratore, la Corte territoriale ha condiviso la tesi del Tribunale, secondo cui il modulo di condotta ad agente unico costituisse “un arretramento della tutela antinfortunistica essendosi dilatati i tempi di soccorso per il macchinista che, colto da malore, sia impossibilitato a proseguire nella conduzione del treno. Ed ha ritenuto di ravvisare, in ciò, una violazione sia dell’art. 2087 cc., sia delle disposizioni relative al pronto soccorso laddove impongono ai gestori delle infrastrutture e alle imprese ferroviarie di predisporre “…procedure operative per attuare uno specifico piano di intervento che preveda per ciascun punto della rete ferroviaria le modalità più efficaci al fine di garantire un soccorso qualificato nei tempi più rapidi possibili anche per il trasporto degli infortunati” (art. 4 del decreto interministeriale n. 19/2011)”.

Anche sul fronte dei soccorsi al macchinista colto da malore, la Corte di Appello ha condiviso le argomentazioni della impugnata sentenza, secondo cui “l’adozione del modulo di equipaggio misto determina un rallentamento dei primi soccorsi da prestare al macchinista qualora un malore o altro evento gli impedisca di proseguire nella guida con conseguente aumento del rischio che (a fronte di eventi quali l’infarto del miocardio ed altri analoghi) i soccorsi possono arrivare quando ormai vi è stato un esito letale”.

Proseguendo nel proprio ragionamento, la Corte territoriale è giunta alla seguente conclusione “In definitiva, questa Corte territoriale ritiene di dover recepire le valutazioni formulate dal giudice di primo grado in ordine alla effettiva sussistenza di un inadempimento datoriale, per aver Trenitalia Spa adottato una modifica dell’assetto organizzativo che, specie con riferimento alle linee ferroviarie che vengono in rilievo nella presente decisione, ha determinato un significativo incremento del rischio per la salute del macchinista. Vanno qui ribadite le valutazioni del giudice di primo grado quanto alla necessità di dare piena protezione al diritto alla salute dei lavoratori laddove sia materialmente possibile da parte dell’imprenditore adottare un modello organizzativo maggiormente efficace; e, nel caso in esame, che vi fosse tale possibilità emerge in modo indiscutibile dal fatto che un modello maggiormente efficace a fornire un primo soccorso sollecito era stato già adottato da Trenitalia Spa con il precedente modulo di equipaggio, poi dismesso unicamente per ridurre i costi a carico dell’azienda”.

Da ultimo, quanto alla invocata applicazione da parte di Trenitalia Spa dell’art. 56, lett. h, CCNL della Mobilità, secondo cui “il lavoratore deve eseguire gli ordini inerenti all’esplicazione delle proprie funzioni e mansioni che gli siano impartite dai superiori gerarchici e funzionali; se l’ordine è palesemente contrario ai regolamenti ed istruzioni deve farne rimostranza al superiore che lo ha impartito dichiarandone le ragioni; se l’ordine è rinnovato per iscritto ha il dovere di darvi esecuzione. Non deve, comunque eseguire l’ordine quando la sua esecuzione possa comportare la violazione di norme penalmente sanzionate”;

la Corte di Appello, a sostegno della inapplicabilità del citato articolo, ha dichiarato che “…il succitato art. 56, lettera h, del CCNL di categoria non possa interpretarsi nel senso invocato dalla reclamante (ndr: Trenitalia), non essendo infatti ammissibile che le parti sociali abbiano derogato a norma imperativa pregiudicando il diritto dei lavoratori a far valere l’eccezione di inadempimento di cui all’art. 1460 cc. a tutela della loro integrità psicofisica”.

Di qui, la Corte di Appello ha dichiarato la illegittimità del licenziamento disciplinare intimato da Trenitalia Spa ed ha ordinato a quest’ultima di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro, ai sensi dell’art. 18, 4 comma, L. 300/1970 (Legge Fornero), sul presupposto che il fatto contestato fosse sussistente dal punto di vista materiale, ma fosse connotato da “antigiuridicità”.

Avv. Emanuela Manini

Allegata: sentenza 320/2016

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Superamento del comporto per malattia nel settore ferroviario e dichiarazione di illegittimità del licenziamento.

COMPORTO PER MALATTIA NEL SETTORE FERROVIARIO. CORRETTA INTERPRETAZIONE DELLA CLAUSOLA COLLETTIVA IN MATERIA (ART. 32 CCNL ATTIVITA’ FERROVIARIE 2012) DICHIARAZIONE DI ILLEGITTIMITA’ DEL LICENZIAMENTO PER SUPERAMENTO DEL PERIODO DI COMPORTO.

Si segnala la interessante sentenza n. 386/2016, pronunciata dalla Corte di Appello di Firenze, sez. lav., sul reclamo presentato da un lavoratore, patrocinato dall’Avv. Emanuela Manini, licenziato da Trenitalia Spa per superamento del periodo di comporto, ai sensi dell’art. 32 CCNL della Mobilità/Area Contrattuale Attività Ferroviarie 20/7/2012.

La vicenda prende avvio a seguito del licenziamento intimato da Trenitalia Spa ad un lavoratore che prima della scadenza del periodo di comporto breve (12 mesi) certificava un ulteriore periodo di malattia che si protraeva, senza soluzione di continuità, per complessivi 41 giorni.

Ritenendo che nella fattispecie dovesse applicarsi il comporto lungo (15 mesi), il lavoratore impugnava il licenziamento, frattanto intimatogli, dinanzi al Tribunale di Firenze, sez. lav., che tuttavia sia nella fase sommaria che in quella di opposizione, rigettava il ricorso.

La Corte di Appello di Firenze, adita dal lavoratore in sede di reclamo, con sentenza n. 386/2016, ha dato ragione a quest’ultimo, fornendo la corretta interpretazione della norma collettiva applicata, la quale recita: “qualora l’ultimo evento morboso in atto al termine del periodo di comporto (ndr: di dodici mesi) risulti di durata superiore a 40 giorni, il periodo di comporto sarà pari a 15 mesi…” (art. 32 CCNL della Mobilità/Area contrattuale attività ferroviarie).

Si legge nella citata sentenza: “La ratio di tale disposizione obbedisce all’esigenza di un prolungamento della sospensione del rapporto in considerazione della sussistenza di uno stato di malattia di una certa gravità e che quindi impedisca la prestazione per almeno 41 giorni.

Se alla scadenza dei dodici mesi è in atto una ulteriore malattia che risulti di durata superiore a 40 giorni il comporto si prolunga per altri tre mesi, ancorchè con una consistente riduzione della retribuzione.

La parti sostanzialmente concordano su tale premessa, tuttavia il datore di lavoro ritiene (in linea con la pronuncia in primo grado oggi reclamata) che la nuova malattia, in atto alla scadenza del comporto ordinario, debba essere certificata con una durata di più di 40 giorni e questo per consentire di avvalersi del recesso per il superamento del periodo massimo di sospensione o prorogarlo fino ai quindici mesi. Al contrario, il lavoratore sostiene che sia indifferente se il superamento dei 40 giorni sia certificato da una o più attestazioni e cioè se la durata della nuova malattia debba valutarsi ex ante od ex post.

E’, ora, opinione del Collegio che la valutazione ex post trovi il suo fondamento nella lettera della previsione contrattuale, se si pone mente all’uso del termine “risulti” ad opera delle parti negoziali.

Nell’affermare il diritto al comporto lungo, la clausola contrattuale la subordina alla circostanza che l’evento morboso “risulti di durata superiore ai quaranta giorni”. Risultare, infatti, indica una ricognizione ex post, cioè la verifica di un risultato e tale verifica, ovviamente, non può farsi sulla base di una originaria previsione, posto che, per definizione, la malattia può esordire suggerendo una prognosi veloce e poi progredire comportando un prolungamento dello stato di inabilità.

Solo alla sua cessazione, dunque, è possibile stabilire quale sia (stata) la sua durata. Né a soluzione contraria può condurre l’argomento datoriale sulla esigenza di conoscere subito, alla scadenza del comporto ordinario, quali siano le condizioni del dipendente, in considerazione dell’impegno contrattuale assunto con la previsione di cui all’art. 32 CCNL che impone al datore di lavoro di attendere 12 mesi e quaranta giorni prima di esercitare il recesso, qualora, come nella specie, la malattia sia in atto alla scadenza dell’anno”.

—°—

Muovendo da tale (corretta) interpretazione della norma collettiva, la Corte di Appello ha dichiarato la illegittimità del licenziamento intimato ed ha ordinato a Trenitalia Spa di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro, nonché di corrispondergli il risarcimento del danno.

—°—

Sentenza n. 386/2016.

Avv. Emanuela Manini

 

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